Vendetta. Giustizia. Abuso di potere. Stupidità. Facebook. Stalking. Cameratismo. Anni di piombo. Donne. Roma Nord. Eccole, le parole chiave del romanzo Le lupe, opera prima di Flavia Perina, giornalista, già blogger de Ilfattoquotidiano.it ed ex parlamentare per la Destra italiana, nelle sue varie sigle a cavallo fra XX e XXI secolo.

Le lupe

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Curioso e riuscito esperimento: è un romanzo postmoderno al femminile, ma un femminile tutt’altro che rosa. Semmai nero, sia nel senso di trattare fatti di cronaca nera, che nell’ambientazione in una Roma Nord plumbea di donne ex-camerate, da intendersi come ex-neofasciste. Flavia Perina si dà dunque al thriller, e le riesce bene. Le lupe è un ibrido sotto tanti punti di vista, e in questo ricalca la biografia della sua autrice, che è stata militante del Msi da giovane per poi diventare una donna di mezza età liberale, oggi apprezzata anche per rubriche intelligenti come Terrazza Parioli.

L’episodio di cronaca che più deve aver lasciato un segno nell’autrice, sembra essere quello di Federico Aldrovandi, 18enne di Bologna “ucciso senza una ragione” – stando alle parole del giudice del processo di I grado, poi confermato in Cassazione – in seguito a un controllo di Polizia. Ucciso da chi? Da quattro agenti in divisa, “schegge impazzite in preda al delirio”, usando sempre la definizione del Pg del processo. Quattro tutori dell’ordine che, per motivi ignoti, hanno ammazzato di botte un ragazzino. Una vittima innocente. Se questa è la molla di empatia che ha spinto Perina a scrivere il suo primo romanzo, sembrerebbe proprio una empatia “di Sinistra”. Siamo ben lontani dalla famosa poesia di Pasolini che difendeva i poliziotti proletari a Valle Giulia contro gli studenti figli di papà e comunisti. Qui si tratta di una sinistra liberale, quella che se deve scegliere fra vittime del terrorismo ed ex brigatisti rossi, non ha dubbi.

Nelle pagine de Le Lupe, dove nessun personaggio maschile brilla per particolare spessore o acutezza, la figura del poliziotto responsabile del pestaggio e dell’uccisione di Carlo, il figlio della protagonista Flaminia, è dipinta in modo quasi macchiettistico, ma verosimile: “Porta i jeans e un piumino smanicato verde militare sopra la camicia celeste con i polisini rigirati a metà avambraccio. Ha un taglio di capelli volgare, da calciatore, con una doppia scanalatura che enfatizza la testa rotonda e gli occhi troppo piccoli sotto le sopracciglia depilate. Ha la barba di un giorno, ma è di quelli che la tengono sempre così, rifilandola ogni mattina con la macchinetta a due millimetri. Ha un accenno di basette a punta scolpite con pazienza.” (155) Un uomo vanitoso e cretino, che appare grezzo e grossolano nel suo look come nei suoi comportamenti in pubblico, al punto da tenere un profilo Facebook dal quale è possibile dedurre tutto di lui, perfino l’indirizzo, e inchiodarlo alle sue velate e tronfie ammissioni di responsabilità di assassino.

Sarà proprio la gratuità di quell’assassinio a ritrasformare la protagonista nella lupa di un tempo. Flaminia è infatti ormai una donna di mezza età della Roma bene, con un passato importante che le consente di non essere “solo” una mamma. Anzi, probabilmente il mestiere di mamma è quello che ha imparato a far peggio, e in questo senso è interessante il rapporto muto con l’altra figlia, Caterina. Ecco perché, quando Flaminia sa dell’assassinio del figlio da parte di “una guardia”, entra in un buco fatto di dolore asciutto, privo di lacrime, e sente riecheggiare le parole delle canzoni della sua giovinezza: “La ballata del nero” su tutte, che pare quasi dettare la storia. Alla rediviva lupa la giustizia dei tribunali, come negli anni Settanta, le appare subito una chimera: qualcosa di inattingibile. Occorre trovare un’altra soluzione: occorre farsi giustizia con le proprie zanne. Per riuscirci dovrà farsi aiutare però, perché l’imborghesimento è un processo lungo, che fa arruginire i pensieri d’azione. Flaminia riapre così una parte del suo passato con cui pensava di aver fatto i conti, e in questo le lupe saranno aiutate dall’enorme facilità con cui oggi è possibile scoprire tutto della vita di moltissimi, semplicemente disponendo di una connessione internet e un profilo Facebook. Un gioco da bimbe, per chi ha latitato negli anni Settanta.

Ne vien fuori un ottimo romanzo dal gran ritmo, con personaggi vividi e credibili, proprio in quanto imperfetti come esseri umani. Lettura assai godibile, che non si risparmia una critica sociale contro la pervasività dei social network e il patologico bisogno di troppi di sentirsi al centro del cono di luce mediatico dei vari faccialibro.