di Maria Elisabetta Ricci e Simona Galasso*

La ragazza di Messina (nella foto un’immagine tratta dal suo profilo Facebook, ndr) che, nello studio di Barbara D’Urso, difende ostinatamente il suo aggressore è la manifestazione vistosa di un fenomeno che è costante e diffuso tra le vittime di violenza: la difficoltà estrema a separarsi. Le vittime di violenza, quando le vediamo tenacemente attaccate alle loro relazioni, non sono delle incallite masochiste o delle pazze: la loro risolutezza nel difendere il proprio aggressore, che a noi appare scandalosa e bizzarra, è in verità il frutto di un’esperienza relazionale molto particolare e diversa dalla consuetudine delle esperienze affettive, quella cioè di avere a che fare con una persona maltrattante.

In cosa consiste la peculiarità dell’esperienza con un maltrattante? Tutti, a partire dai racconti delle vittime, sono concordi nel riconoscere che la relazione violenta è ciclica, il maltrattamento non è cronico: l’aggressione si presenta in modo intermittente ed è quello che balza agli occhi e che tutti noi vediamo quando una storia ha un esito tragico come in questo caso. La relazione violenta non è fatta di sola violenza. Le persone maltrattanti e violente nelle relazioni di coppia non sono, infatti, generalmente, soltanto e semplicemente maltrattanti e violente. Solo stabilendo questa premessa è possibile dare senso a ciò che pare sconclusionato e senza scampo: chi entra in un rapporto violento, la futura vittima, non ha idea, generalmente, che quello è e sarà un rapporto violento, non desidera, generalmente, un rapporto violento.

Chiunque, come la futura vittima, ha, per lo più, dei bisogni affettivi che mette in gioco dentro una relazione intima, bisogni che la relazione è chiamata a sanare o lenire o risolvere, altrimenti di quella relazione non si sentirebbe la necessità. La natura di questi bisogni può variare fino alla franca psicopatologia, come probabilmente è il caso della ragazza di Messina, ma affinché si arrivi a subire violenza è necessario che dall’altra parte vi sia qualcuno specifico, speciale, cioè una persona maltrattante. La futura vittima, all’inizio, non ha a che fare con qualcuno che da subito la prende per la gola o la insulta, ma con qualcuno che a sua volta entra in una relazione intima di coppia per soddisfare i suoi bisogni affettivi e si comporta amorevolmente. La relazione, che in futuro si rivelerà violenta, si stabilisce sulla speranza del reciproco soddisfacimento di bisogni affettivi. Quello che vogliamo dire, in sintesi, è che chiunque si imbatta in una relazione maltrattante si ritroverà quantomeno ad avere immensa difficoltà a separarsi.

Chi sono le persone maltrattanti? I maltrattanti (che tra l’altro non costituiscono un’unica tipologia) sono portatori di bisogni affettivi profondi ma non sono in grado di sostenere una relazione di coppia senza provare la necessità di distruggerla: per ciò che li riguarda la psicopatologia è fuori discussione, ma in ogni caso l’esame di realtà è intatto e il loro adattamento sociale potrebbe essere persino elevato. La psicopatologia può originare in contesti culturali più o meno devianti, ma sempre e comunque da relazioni precoci estremamente deteriorate.

In generale, le persone maltrattanti sono persone scisse e dissociate, incapaci di entrare in contatto con i propri vissuti, di comprenderli e di integrarli, di tessere nessi causali circa le proprie esperienze affettive, sono piene di odio e di frustrazione e al contempo di bisogni di accudimento scarsamente riconosciuti e avversati, persone in cui perciò l’ambivalenza e la conflittualità nei confronti del partner è cronica, estrema e irrisolvibile. Esse sperimentano ciclicamente dentro la coppia idealizzazione del partner, senso di persecutorietà, necessità di aggredire, attacchi invidiosi ecc., che si manifestano con una esacerbata alternata e opposta modalità di comportarsi affettivamente: l’amorevolezza e l’odio brutale, qualunque cosa la vittima faccia o dica o ometta.

Dal punto di vista della vittima, quando le aggressioni, inaspettate, feroci, cominciano a manifestarsi, il legame con il partner maltrattante si è già creato e il rapporto è già divenuto importante: come ogni rapporto affettivo significativo ha il potere di determinare grande benessere, e perciò va protetto, negando e giustificando in qualche modo l’aggressione. Poiché la violenza si alterna agli episodi di amorevolezza, e in un modo a cui la vittima non riesce più, a lungo andare, a dare senso, questo tipo di relazione diventa un’esperienza dissociante per la vittima stessa, in cui il partner acquista il potere di somministrare il bene e il male: una parte di sé è gettata nel dolore assoluto dal partner quando agisce violenza, e una parte di sé viene sollevata dal dolore dal partner stesso quando ridiviene amorevole.

Questa esperienza è affettivamente radicale e segna un conflitto di difficile risoluzione perché richiede che questi aspetti di sé dissociati vengano integrati dentro una cornice di lettura che è difficile realizzare quando tale esperienza la si vive soggettivamente, tanto più quando la vittima è di per sé già psicologicamente e socialmente vulnerabile. Più spesso vedremo la vittima a tratti cercare aiuto e lasciare il partner al culmine di un episodio di violenza, per poi ritornare da lui quando la separazione diviene insopportabile e il dolore deve essere lenito.

Nel pieno di un’esperienza maltrattante e dissociante la vittima non può ammettere la malvagità del suo partner, pena l’immediata dissoluzione del legame e la propria sopravvivenza psicologica. Al fine di proteggere quella parte della relazione che è vissuta come salvifica per se stessa, la vittima proteggerà il proprio persecutore, con quel meccanismo dissociativo e di sopravvivenza estrema che lo psicoanalista Ferenczi denominò identificazione con l’aggressore”: svuotarsi di sé e consegnarsi all’aggressore, anticipando i suoi desideri, sentendo quello che lui sente, divenendo quello che egli si aspetta per controllare il terrore che egli suscita. Che suscita in noi il vissuto estraniante e sconcertante come di fronte alla ragazza di Messina mentre viene intervistata. Che siamo chiamati a comprendere e non a giudicare.

*Psicologhe e psicoterapeute
Gruppo di lavoro “Violenza nelle relazione intime”, Ordine Psicologi Lazio