“L’attribuzione certa agli imputati del dolo specifico di un’evasione” fiscale attuata attraverso l’ammortamento di costi effettivamente sostenuti dall’azienda ma ‘gonfiati’ “appare fondata su una mera congettura che si pone al di sotto dello standard motivazionale” imposto per ribaltare la sentenza di assoluzione in primo grado.

È questa la motivazione con cui la seconda sezione penale della Cassazione ha prosciolto, lo scorso 18 ottobre, Pier Silvio Berlusconi e Fedele Confalonieri nel processo Mediatrade. La Corte, si legge nella sentenza n. 1673 depositata oggi, ha disposto l’annullamento della condanna senza un processo d’appello bis, in quanto anche un eventuale ulteriore giudizio “non potrebbe in alcun modo colmare la situazione di dubbio storicamente accertata”. La Cassazione ritiene che la Corte d’Appello di Milano, che il 17 marzo 2016 ha condannato i vertici di Mediaset a un anno e due mesi, non abbia fornito nessuna prova decisiva della loro consapevolezza del meccanismo di frode fiscale, tale da ribaltare la precedente assoluzione. In primo grado per gli imputati era stato emesso un verdetto di assoluzione e prescrizione.

Ai vertici di Mediaset veniva imputato l’aver evaso una parte delle tasse negli anni 2006/2009 mediante la dichiarazione di costi effettivamente sostenuti per l’acquisto di diritti tv ma maggiorati, allo scopo di abbattere l’imponibile ai fini fiscali, attraverso la mediazione di società di comodo off-shore. Silvio Berlusconi, individuato nell’inchiesta come ideatore del sistema era stato prosciolto dalle accuse, con sentenza passato in giudicato.
L’8 luglio 2014 il tribunale di Milano aveva ritenuto anche Confalonieri “estraneo” al sistema di frode, del quale aveva saputo solo al momento della ‘discovery’ nel 2010 nell’ambito dello stesso procedimento giudiziario; stesso giudizio per Berlusconi jr per il quale, secondo il tribunale, non erano state addotte prove del fatto che egli sapesse del meccanismo fraudolento.

La Cassazione, accogliendo il ricorso del presidente e del vicepresidente di Mediaset, ricorda come il Tribunale di Milano avesse ritenuto che “non vi fosse la prova” che il sistema dei diritti tv ‘gonfiati’, che certamente aveva portato all’arricchimento personale di chi aveva maggiorato i prezzi, “fosse stato escogitato di concerto con i vertici Mediaset per evadere il fisco o che comunque di esso Pier Silvio Berlusconi e Confalonieri fossero a conoscenza ed avessero beneficiato di tali falsità nella dichiarazione consolidata per evadere l’imposta di gruppo”. Mentre la Corte d’Appello, evidenzia ancora la Cassazione, ha attribuito agli imputati “una sorta di responsabilità da posizione, osservando come fosse ‘del tutto plausibile ipotizzare un rapporto sinergico tra Confalonieri e Pier Silvio Berlusconi nelle loro rispettive vestì”. Ma questo non basta, secondo la Suprema Corte, per accertarne il dolo, ragione per cui la condanna è stata annullata.