Il delitto di Ferrara colpisce, esattamente come aveva colpito la coscienza di tanti quello di Novi Ligure. Quel caso è ricordato perché due fidanzatini adolescenti uccisero la mamma ed il fratello di Erika De Nardo; in quella occasione il fidanzatino agì da complice, psicologicamente vittima e dipendente dalla ragazza. A Ferrara i protagonisti sono due amici, uno di famiglia benestante, l’altro, il complice, di famiglia più modesta. Il secondo, vittima della maggiore sicurezza del primo, della sua sfrontatezza, del suo denaro di famiglia ed, in ultima analisi, del suo piano diabolico di sopprimere i genitori. Se è possibile dirlo, non c’è un piano e non c’è un criminale con cui confrontarsi. Due ragazzi di quell’età, come lo erano Erika e Omar, non hanno piani criminali o volontà di uccidere. Il diritto, nell’aula, deve necessariamente trattare costoro come degli assassini, persino spietati. Capaci di uccidere i genitori, i fratelli, chiunque si opponga al loro narcisismo autoreferenziale. Ma, si ripete, non ci sono piani criminali o assassini.

E sia permesso anche un passo ulteriore: non ci sono neanche infermità mentali. O meglio, i piani criminali, la volontà di uccidere, come l’eventuale infermità di mente, sono “vie di fuga” giuridiche, sistemi per distruggere oppure non distruggere vite umane destinate ad essere frantumate con il carcere a vita od il trattamento farmacologico sino a quando non cessa la pericolosità sociale. L’infermità, totale o parziale, rende al giudice, il compito terribile di decidere sul futuro di due ragazzi, un po’ meno angoscioso. Probabilmente però non c’è nessuna patologia soggettiva in tutto questo fare del bullo e del succube.

Come per il diritto, anche lo studio e la terapia dei difetti della capacità del volere è un altro modo per chiudere il mondo in un sistema “alla Foucault”. In Sorvegliare e Punire l’autore dice di dover interrompere il suo scritto che “deve servire da sfondo storico sul potere di normalizzare…”. “Normalizzare”: questa è la parola d’ordine della legge e della psicologia (o della psichiatria): il normalizzare prevede uno schema che con delle soglie oltre le quali questa funzione normalizzatrice viene operata da parte dell’Autorità. La società libera (o presunta tale) non ha individuato altri sistemi per regolare la vita sociale. Probabilmente neppure ve ne sono, o comunque, la società non li conosce. Per cui non si può chiedere null’altro che Sorvegliare e Punire, giudicare e applicare sanzioni giudiziarie e terapie mediche.

Ma è certo che questo rapporto tra legge e psiche, come detto bene da Foucault, non va oltre la gestione di quell’inciampo che l’antropologo Durkheim individua come la lesione sociale all’interno del tessuto collettivo. Questa lesione, prima che consenta al male di rendersi metastasi, va immediatamente e con prontezza curata e sanata. Durkheim si riferiva alla funzione della giustizia rispetto al delitto ma non vi è dubbio che la medesima prospettiva “normalizzatrice” va attribuita anche allo studio della psiche dinanzi alla sua devianza (più o meno patologica). Diritto e psicologia (psichiatria) regolano i canoni della normalizzazione e si adoperano per la pratica applicazione di questa voglia normalizzatrice attraverso la pena e la terapia.

Qui si chiude il cerchio (pratico) dell’intervento autoritativo suddetto. Capire l’uomo è un’altra cosa. Comprendere come siano possibili determinati fenomeni dell’agire, al di là di psicologismi avventurieri, è un’altra cosa. L’invito è a considerare l’analisi dell’essere (individuo) operata da Diego Fusaro in Essere Senza Tempo. Lo spaccato individuale e collettivo contenuto nel testo permette di comprendere anche il crimine di oggi. Si potrebbe dire che l’opera suggerisca ma non espressamente tratti il perché del cervello criminale di questi ultimi tempi. Essere Senza Tempo evidenzia come la corsa instancabile ed alienante dell’essere umano contemporaneo sia verso un futuro che “non si futurifica” mai, che corre come zavorrato dal tempo presente che non si trasforma mai nel tempo futuro, favorendo l’insorgenza di una sua caratteristica peculiare e decisiva: l’assenza di prospettiva.

Verrebbe da dire che l’uomo, oggi, è come il protagonista di tanti video giochi in cui l’“omino” che corre sullo schermo rivolto ed è rivolto verso il giocatore vive il dramma esistenziale di affannarsi in una realtà che scopre ogni istante essere caratterizzata dallo schermo piatto e bidimensionale. Sicché questo folle correre si tramuta e si materializza nell’affannarsi sempre sul posto, per raggiungere un dopo che non arriva mai.

In questo eterno tendere al dopo in un totalizzante presente dell’esser-ci (per dirla con il filosofo Heidegger) va letto il delitto di Ferrara, quello di Novi Ligure o gli altri crimini pop-mediatici. Per questo non c’è un criminale, un piano criminale e neppure un criminale infermo di mente. Queste sono categorie di una narrazione normalizzatrice che si rende necessaria in una ricetta sociale “alla Durkheim” di (concreta) gestione della collettività sociale. Ma il tema profondo non è giuridico, non è psichiatrico e non è sociologico (non vanno richiamate impalpabili “responsabilità sociali”). Il tema è filosofico-cognitivo. Questo eterno correre, in un perenne oggi, deresponsabilizza cognitivamente l’individuo perché il suo cervello perde gli strumenti con cui cogliere le conseguenze (affettive, sociali, giuridiche) a cui questo agire porta. Questo tratto neurale dell’uomo occidentale di oggi lo si può individuare, non solamente nel delitto, ma nella frenesia compulsiva del quotidiano che, anch’essa, si proietta “nell’adesso” circolare e continuamente riproposto.

Le scienze cognitive insegnano che questo stile di vita è un sistema che non comporta conseguenze psicologiche (che sono azzardabili, ma non provabili) quanto, piuttosto, ha la forza di creare specifici circuiti neurologici e sinaptici del cervello che si autoalimentano e creano una vera e propria gabbia cognitiva, entro la quale il cervello, non avendo altra soluzione e non trovando altra risposta, rispetto a quella di “mordere il presente” senza futuro, in concreto provoca il suicidio di ogni forma di coscienza critica e prospettica (regolata dalla corteccia pre-fontale) a favore delle funzioni meramente istintuali ed adattative alla condizione presente ed immediata. Così ponendo l’individuo si scopre impossibilitato, per mancanza ed inefficienza, delle cellule cerebrali, capaci di orientare il decidere. Ma tutto ciò non per in presenza di patologie per infermità.