Ieri l’assenza di Fabrizio De André è diventata maggiorenne. Chissà se l’età di una canzone vada di pari passo con quella di un uomo: a volte viene da pensare che viaggi a una velocità molto maggiore (oggi canzoni di vent’anni fa possono suonarci vecchissime); altre volte è vero l’esatto contrario. Nel suo caso, il tempo di una canzone non è quello delle stagioni della moda, perciò questo problema non si pone.

Senza voler dare mai nessun insegnamento, De André ci ha insegnato la carità, c’è poco da girarci intorno. L’ha insegnata anche nella politica, nelle questioni sociali: non verso il potere o verso la maggioranza (certo che no!), ma nei confronti della nostra unicità, delle nostre ‘buie viscere’, come direbbe Pasolini. Ci ha insegnato il perdono e l’indulgenza verso il nostro essere uomini.

Tutto questo ora diventa maggiorenne e, come nei confronti di qualcosa di infinitamente più grande di noi, ne apprezziamo la bellezza e l’armonia delle forme solo prendendone le distanze; nel nostro caso: solo allontanandoci nel tempo.

Diciott’anni è un tempo ragionevole.

Intanto molto si è scritto, si è riflettuto; lo si è molto cantato e suonato. La sua morte, in età ancora troppo giovane, è stata inaccettabile; l’assenza di una figura tanto forte ha creato un dolore incomprensibile a cui opporsi: “Cos’avrebbe detto De André di fronte a questo o a quell’argomento?”.

Quell’opposizione è stata talmente tanto forte da sprigionare un’energia utile, vitale. Già, anche questo ci ha insegnato De André: il dolore ha la stessa importanza della felicità. La sofferenza, la disperanza sanno essere egualmente scintillanti; dobbiamo perdonarcele, fino ad arrivare al lusso di concedercele per poterle attraversare, sbranandole come faceva Jones, che non conosceva rimpianti, tantomeno mancate sofferenze. «In un vortice di polvere gli altri vedevan siccità:/ a me ricordava la gonna di Jenny in un ballo di tanti anni fa», è così che suona il suo flauto, cantando l’amore e la morte come fanno le canzoni che parlano della vita vera.