di Pietro Stampa *

Non so voi, ma io mi chiedo spesso cosa davvero si nasconda nella mente di certi politici: considerati, intendo dire, come esseri presunti pensanti, e non solo sotto il profilo del ruolo che ricoprono. Perché a volte la loro condotta appare o bizzarra, o autolesionistica, o un po’ folle, o incongruamente ingenua: come è possibile?, mi chiedo, che questa vecchia volpe la spari così grossa da risultare totalmente incredibile, o si dia la zappa sui piedi come non farebbe l’ultimo arrivato tra i novellini della politica. Ricorrendo a qualche categoria psicologico-clinica, si può forse azzardare un’ipotesi plausibile

L’occasione di questo post è la mozione di sfiducia parlamentare al ministro Giuliano Poletti per l’infelice quanto sorprendente uscita sui giovani connazionali che emigrano per lavoro. Ma sì, che si tolgano dai piedi, meglio perderli che trovarli. Ora le scuse in Parlamento: “Ma no, ho detto una cosa che in realtà non pensavo, ho il massimo rispetto per i nostri ragazzi che etc“. Dopo l’offesa, la presa per i fondelli. Fa il paio con i “bamboccioni” di Padoa Schioppa (ricordate?, il ministro dell’economia del governo Prodi qualificò così i giovani che non avendo un reddito autonomo rimangono a lungo a vivere con i genitori); o con gli “sfigati” di Michel Martone, sottosegretario all’economia del governo Monti che definì così i trentenni privi di laurea. E si potrebbe continuare.

Il dibattito, in queste e analoghe circostanze, si è incentrato sull’inopportunità, anzi la vergogna che un esponente del governo si esprima così su una questione tanto delicata e dolorosa per le famiglie italiane, la cronica mancanza di lavoro per i nostri under-30 (non che gli over stiano poi meglio), vittime di quello che il sociologo Franco Ferrarotti ha definito un “genocidio professionale generazionale”. A me invece incuriosisce come una persona che ha gigantesche responsabilità di indirizzo e di gestione politica in un settore cruciale della vita pubblica, arrivi non a dire, ma proprio a pensare quello che poi avrebbe detto. Pura dabbenaggine non può essere: per quanto abbiamo avuto persino una ministra persuasa che un tunnel sotterraneo destinato a esperimenti di fisica sub-atomica corresse tra Ginevra e il Gran Sasso, io resto convinto che in genere i ministri abbiano un quoziente intellettivo almeno nella media.

Vediamo la cosa da un’altra angolazione. Queste affermazioni hanno un sapore acre di cinismo, presentano una cifra anti-etica che farebbe intuire, a prima vista, spunti di personalità sociopatici, perversi, a forme nascoste di narcisismo maligno. Non ci credo. Resto convinto che i ministri, in media, sono anche persone “normalmente” nevrotiche, un po’ come siamo tutti: in statistica la “normalità” non è uno stato, è una curva, e c’è posto per tutti.

Pongo dunque l’ipotesi psicologico-clinica. Il cinismo, in questi nostri uomini di governo, è una formazione reattiva, è una risposta paradossale all’angoscia: le sue radici pescano in un sentimento profondo di impotenza di fronte all’enormità di problemi vissuti come irrisolvibili senza riuscire ad ammetterlo schiettamente con sé stessi. Altro, intendo dire, è il cinismo di Berlusconi quando fa con le dita il gesto di sparare a una giornalista russa che rivolge una domanda imbarazzante a Putin (i due erano insieme in conferenza stampa): solo in quell’anno 2008 i giornalisti russi assassinati erano stati cinque, tre nel 2007, 13 nel 2006 (ben 200 tra il 1993 e il 2009).

Altro il cinismo di Trump che, con la rozzezza che stiamo imparando a conoscere in lui, prende in giro il giornalista disabile (e brava Meryl Streep a stigmatizzarlo pubblicamente).

Questi sono esempi di cinismo autenticamente arrogante, da sopravvalutazione di sé, di una persona che non conosce e non comprende il rispetto verso gli altri, se ne sente così distante, così superiore da averli proprio persi di vista. Gli altri o sono al servizio, o sono una seccatura. Ci ricordano un po’ la regina Maria Antonietta dei libri di storia del liceo, che secondo un noto aneddoto, a chi nell’imminenza della rivoluzione francese la ammoniva “Maestà, il popolo non ha pane”, avrebbe risposto: “Ebbene, che mangino delle brioches!”

No, secondo me i sopracitati responsabili dell’economia italiana lungo questi ultimi anni non sono né stupidi, né cattivi, né folli: secondo me sono drammaticamente consapevoli di non essere all’altezza del compito che avventatamente si sono assunti. Si sentono “unfit”, come più di una volta li hanno definiti i giornali inglesi: inadeguati. E il loro cinismo nasconde e rivela insieme allo sguardo psicologico-clinico il sentimento devastante del panico. Forse non ne possono più di fare i ministri portandosi dietro frustrazione, sfiducia e insicurezza. La scandalosa uscita pubblica, solo apparentemente cinica, potrebbe essere, alla fine, un tentativo — inconsciamente astuto — per farsi cacciare, e tornare liberi dagli affanni?

* Psicologo e psicoterapeuta, vicepresidente dell’Ordine degli psicologi del Lazio