La Consulta ha dato ragione alle Casse di previdenza dei professionisti, dichiarando incostituzionale l’obbligo introdotto nel 2012 dal governo Monti di ridurre le loro spese per consumi intermedi e versare allo Stato le somme risparmiate. Gli enti esultano e annunciano di esser pronti a chiedere indietro i soldi versati finora: secondo l’Adepp, l’associazione che riunisce gli enti previdenziali privati, nel solo 2015 le casse hanno girato all’Erario 10,7 milioni. “I nostri pagamenti non erano dovuti sin dall’inizio”, ha detto per esempio all’Ansa il presidente della Cassa nazionale di previdenza forense, Nunzio Luciano. “Pertanto, possiamo chiedere il rimborso del pregresso versato”. E fino a oggi la Cassa ha versato all’Erario “un milione e 300.000 euro all’anno”.

La Corte ha stabilito l’incostituzionalità del decreto legge sulla spending review del luglio 2012, che ha imposto alle Casse di assicurare risparmi del 5 per cento per il 2012 e del 10 per cento a partire dal 2013, “nella parte in cui prevede che le somme derivanti dalle riduzioni di spesa ivi previste siano versate annualmente dalla Cassa nazionale di previdenza ed assistenza per i dottori commercialisti“, quella che ha presentato il ricorso e l’ha avuta vinta, “ad apposito capitolo di entrata del bilancio dello Stato”.

La Suprema Corte “ha accolto la tesi dei ricorrenti, sancendo principi fondamentali a tutela della autonomia gestionale e finanziaria degli Enti e, quindi, di tutti gli iscritti”, rivendica la cassa, sottolineando come, per i giudici, “la scelta di privilegiare, attraverso il prelievo, esigenze del bilancio statale rispetto alla garanzia, per gli iscritti alla Cnpadc, di vedere impiegato il risparmio di spesa corrente per le prestazioni previdenziali non è conforme né al canone della ragionevolezza, né alla tutela dei diritti degli iscritti alla Cassa, garantita dall’art. 38 della Costituzione”.

Secondo il presidente dell’ente Walter Anedda, i professionisti in genere “vedono difeso il diritto a vedere impiegati i propri risparmi previdenziali unicamente per le finalità istituzionali, senza che, attraverso una surrettizia forma di imposizione tributaria, possano essere destinati a una generica finalità di copertura della spesa pubblica”. La Consulta chiarisce che lo Stato, avendo scelto di “garantire ai professionisti un futuro previdenziale tramite Enti di diritto privato”, deve “coerentemente preservare tale assunto”, non intaccandone con interventi normativi “l’autosufficienza finanziaria”, conclude Anedda.