Non è tanto l’Oceano Atlantico a dividere l’Europa dagli Stati Uniti quanto l’uso della pena di morte. Ogni volta che apriamo un giornale e leggiamo una notizia come quella di oggi possiamo ragionare sulla più forte delle fratture all’interno del mondo occidentale. Dylann Roof, autore della terribile strage di Charleston che, il 18 giugno 2015, costò la vita a nove afroamericani, ha vissuto 22 anni su questa terra, ma oggi è condannato a morire per mano dello Stato del Sud Carolina. Il crimine d’odio di Roof ci disgusta. Ma noi, dal punto di osservazione della nostra Europa, diciamo di no alla pena di morte sempre e comunque, senza se e senza ma.

“Ogni individuo ha diritto alla vita”, afferma la Dichiarazione universale dei Diritti dell’uomo. La pena di morte viola il diritto fondamentale di ogni persona. La vita umana non è qualcosa che possa essere nella disponibilità delle istituzioni pubbliche. La vita umana è inviolabile come lo è la dignità di ciascuno.

La concezione utilitaristica della pena, quella per cui essa servirebbe come deterrente alla commissione di altri reati, è la base sulla quale si fondano i sostenitori della pena di morte. Ma tutte le ricerche che gli organismi sovranazionali hanno effettuato sono state unanimi nel confermare che la pena capitale non dissuade la criminalità più di quanto non facciano punizioni prive della sua crudeltà. La pena di morte non è solo una pena crudele e inumana. È anche inutile.

“Non rende giustizia alle vittime, ma fomenta la vendetta”, ha detto Papa Francesco. Il quale è andato oltre e, nell’estate del 2013, ha abolito motu propriu anche la pena dell’ergastolo attraverso una sostanziale riforma della giustizia penale vaticana.

Perché gli Stati Uniti continuano a uccidere? La questione è sempre la stessa: uno studio serio e ponderato, fondato su dati raccolti e analizzati con metodo scientifico e capace di dimostrare l’inefficacia della pena capitale, non vale le grida mediatiche e gli slogan populisti di una campagna elettorale. Tolleranza zero e pugno di ferro serviranno di nuovo alla prossima campagna elettorale. Ecco perché il legislatore statunitense non abolisce lo strumento propagandistico della pena di morte.

Un uomo che uccide nove persone perché spera di scatenare una guerra razziale che riporti ai tempi del segregazionismo ci indigna. Ma ci indigna di più uno Stato che uccide quell’uomo. In un modo diverso, che riguarda ogni cittadino.