Sono sempre stato interessato alle analisi di Roberto Saviano, soprattutto quando diventano utili consigli (rispediti quasi sempre al mittente) per un amministratore locale che si trova a governare una città non facile in tema di criminalità. E nella sua posizione, se non altro di attento studioso del fenomeno, Roberto Saviano ha una voce in capitolo da non sottovalutare. Una voce così potente ed efficace che i primi a non sottovalutarla sono stati gli stessi boss dei Casalesi che ben presto hanno intuito, prima di altri, che la penna di Saviano poteva colpire più di un’indagine di un Pubblico Ministero decretandone la sua condanna a morte.

Roberto Saviano smuove le coscienze, indirizza l’attenzione della gente comune su argomenti scottanti che spesso vengono, inconsciamente o superficialmente, sottovalutati per non intaccare la scalata nella classifica “del gradimento” della città (nel caso in questione di Napoli) da parte dei turisti. E’ un vizio comune, quello di accusare il giornalista – scrittore, di essersi creato un lavoro grazie alla camorra (un giorno lo accuseranno al contrario di esserne linfa vitale), di arricchirsi con le sue pubblicazioni e le rappresentazioni cinematografiche del suo romanzo (quale sarebbe il peccato?). C’è chi lo esorta a non “giudicare dall’alto del suo piedistallo e scendere in campo in prima persona” (magari liberandosi di quella scorta così ingombrante e inutile e di organizzare ronde di vigilantes)?

Piaccia o non piaccia Saviano, accusato perfino di avere dei ghostwriter “prezzolati”, ha inventato uno stile unico per la narrazione di fatti di ordinaria cronaca malavitosa che accadono realmente e accadono ancora nel pieno centro di una delle più belle città italiane. La sua firma è diventato un “marchio”? Può darsi. Ma con un fine indiscutibile: informare ad ogni costo.