La morte ci fa paura. Siamo nel 2017 e su questo nulla è ancora cambiato. La morte ci fa paura e per questo cerchiamo di fronteggiarla come possiamo. Con la scienza, sicuramente, ma anche con le parole. Sì, cercando di darle un senso, e di ammansirla, di smussarne le asperità con termini che la rendano innocua, meno capace di farci star male. Non è un caso che difficilmente diciamo di qualcuno che è morto. Ricorriamo a perifrasi, a concetti cristallizzati in giochi lessicali preconfezionati: “è mancato”, “se n’è andato”, “è passato a miglior vita”, “è salito in cielo”.

Ecco, ricordando David Bowie a un anno dalla sua morte non si può non partire da qui. Dal fatto che mai come nel caso di David Bowie, artista immenso che è morto il 10 gennaio del 2016, esattamente due giorni dopo aver consegnato al mondo quel capolavoro di Blackstar, suo ultimo album considerato a ragione un vero e proprio testamento artistico, mai come nel caso di David Bowie, dicevamo, dire “è salito al cielo” potrebbe suonare pertinente. Non per questioni meramente religiose, è chiaro il riferimento alla collocazione alta, iconograficamente, del Paradiso, in quell’espressione, quanto un posizionamento a metà strada tra l’astrale e l’astratto cui la sua musica ambiva e ambisce. David Bowie ha spesso giocato con le stelle, nelle sue canzoni, nel suo multiforme immaginario, nei riferimenti alti di cui ha infarcito le sue canzoni, quelle fortunatamente rimaste nel pianeta Terra insieme a noi.

Un anno fa moriva David Bowie, ultimo tocco d’artista alla vita di un’artista che proprio negli scorsi giorni avrebbe compiuto settant’anni. Un gesto d’artista, la sua morte, perché iscritto nel progetto di Blackstar. O viceversa. Nei fatti il cantautore inglese, che per rispetto nei suoi e nei vostri confronti eviteremo di chiamare Duca Bianco o Ziggy Stardust, due dei nomi cui è ricorso nella sua incredibile carriera, è morto dopo aver consegnato all’umanità, lui alieno a prescindere dai personaggi che aveva deciso di raccontarci in musica, un lavoro che della morte parlava ed era intriso. Senza paure, certo, ma con consapevolezza. La notizia della sua morte, e scusate se continuiamo a chiamarla così, senza ricorrere a sinonimi, ha sconvolto il mondo.

Perché se è vero che da tempo si parlava della sua malattia, David Bowie sembrava destinato, sorte cara ai veri artisti, all’immortalità. Invece, mentre ancora guardavamo in loop il video di Lazarus, che della morte parla già nel titolo, così carico di significati altri da risultare quasi spiazzante, lui moriva, facendosi opera d’arte. Talmente la notizia ha  sconcertato il mondo musicale, che poi sarebbe stato colpito da altre morti eccellenti nel corso dell’anno orribile della musica, che qualcuno ha sospettato e fatto illazioni su una sua morte tenuta nascosta proprio al fine di far parlare di Blackstar. Notizia talmente balzana da non meritare commenti ulteriori. Nei fatti Blackstar è finito, e non poteva che essere così, in tutte le classifiche dei migliori album del 2016, perché questa strana commistione tra rock e jazz, nu-jazz, trattatata con il tipico piglio bowieano, capace di passare tra i generi rimanendo sempre se stesso, non poteva che lasciare un segno indelebile.

Come del resto ha lasciato un segno indelebile buona parte della sua immensa produzione, passata con leggerezza e eleganza per sei decadi, dal cantautorato di matrice folk al glam-rock, passando per suoni più sperimentali e aspri, per la pop-dance anni Ottanta, per l’elettronica spinta dei novanta, via via fino a noi, decine e decine di canzoni entrate nel nostro patrimonio culturale, accompagnate da immagini, intuizioni visive, video, fotografie, mascheramenti, mimetismi, film che hanno contribuito a rendere la sua figura unica, incredibilmente unica. Oggi ricorre un anno dalla sua morte. Molti condivideranno la sua musica sui social, ed è giusto così. La musica non muore. Non scompare. Non passa a miglior vita. Vola alta in cielo, sì, e ci porta con sé.