In Italia la legge 194 sull’aborto esiste dal 1978: garantisce all’articolo 4 il diritto delle donne a interrompere volontariamente la gravidanza e all’articolo 9 prevede il diritto per medici e il personale ausiliario di non prendere parte alle procedure di interruzione di gravidanza se abbiano sollevato obiezione di coscienza. La norma però indica anche per le case di cura e le strutture sanitarie l’obbligo di espletare il servizio, e che in caso di emergenza e di pericolo di vita della donna, l’obiezione di coscienza non possa essere invocata dal personale sanitario. Queste direttive però, come hanno dimostrato casi di cronaca anche recenti, non sempre vengono applicate, e per molti parlamentari e attivisti per i diritti all’autodeterminazione delle donne, il problema è dovuto alle alte percentuali di obiettori che si riscontrano in Italia nelle strutture sanitarie. Lo certificano i due ricorsi presentati dall’organizzazione internazionale non governativa International Planned Parenthood Federation European Network e da Laiga (Libera associazione italiana ginecologi per l’applicazione della legge 194/78), e dalla Cgil, che sono stati accolti dal Comitato Europeo sui diritti sociali del Consiglio d’Europa. L’autorità europea ha condannato in un primo tempo l’Italia per la difficoltà di applicazione della legge per le donne e anche per le condizioni in cui deve lavorare la minoranza di medici non obiettori, smorzando in seguito il parere solo dopo aver avuto dal ministero le controdeduzioni sull’argomento.

Il ministro alla Salute Beatrice Lorenzin aveva rassicurato la Corte e il Parlamento sulla situazione dell’Italia, rispondendo alle accuse e fornendo dati che segnalavano un calo di aborti di 131216 unità negli ultimi trent’anni e una diminuzione totale di non obiettori di 117 unità. Numeri ribaditi a ottobre 2015 in una relazione del ministero sull’applicazione della legge 194, in cui si contava che il carico di lavoro per i non obiettori è sceso da 3,3 interruzioni di gravidanze a settimana a testa nel 1983 a 1,6 nel 2013, e che gettava quindi acqua sul fuoco di fronte alle varie denunce che parlavano di uno stato di disagio per i medici che non optano per l’obiezione di coscienza. Ma secondo l’avvocato che ha presentato i reclami in Europa, Marilisa D’Amico, “non è possibile dire che in Italia va tutto bene in base ai dati, perché dove è previsto un diritto, deve esserci anche l’assicurazione che esso sia garantito, e i fatti dimostrano che nel nostro paese non è così”. Non basta dunque il numero di aborti dichiarati per dire che l’emergenza non esiste, ma secondo le voci critiche il ministero dovrebbe intraprendere azioni concrete e cominciare a verificare struttura per struttura la presenza di obiettori e la possibilità effettiva di eseguire un aborto.

Le proposte di modifica alla 194
A questo proposito in Parlamento sono state depositate proposte di modifiche alla 194 da diversi partiti. Una di queste è quella presentata dai deputati di Alternativa libera-Possibile a febbraio 2016 e vede tra i primi firmatari Beatrice Brignone e Giuseppe Civati. La proposta ha l’obiettivo di portare a “un migliore bilanciamento tra il legittimo esercizio dell’obiezione di coscienza e l’altrettanto legittimo ricorso all’interruzione volontaria della gravidanza” garantendo che una percentuale di almeno il 50 per cento del personale sanitario e ausiliario degli enti ospedalieri e delle case di cura autorizzate non sia obiettore, e istituendo un numero di telefono gratuito che informi i cittadini sulle modalità di applicazione della legge.

Il senatore Maurizio Romani, ex Movimento 5 stelle ora passato al gruppo misto con Idv e primo firmatario di un’altra proposta di modifica della 194, si spinge oltre affermando che nelle strutture la percentuale di personale medico non obiettore dovrebbe essere del 70 per cento, ossia il contrario di quanto avviene attualmente. “Oggi purtroppo ci sono regioni o strutture in cui la percentuale supera il 90 per cento – spiega il senatore, medico di professione – In uno stato laico questo è una sconfitta perché significa che la legge non viene tutelata. Chi non vuole fare interruzioni di gravidanza, non dovrebbe fare il ginecologo, i legislatori invece hanno il compito di fare leggi e farle applicare”.

Dalle stesse critiche parte anche l’iniziativa della deputata del Pd Giuditta Pini, con una proposta che va nella medesima direzione: prevede che per diventare direttore di una struttura sanitaria e di un dipartimento o per presiedere policlinici sia necessario non essere obiettori né esserlo stati nei 24 mesi precedenti. Solo in questo modo, secondo Pini, si avrebbe la certezza dell’applicazione della norma sull’aborto. “L’obiezione di coscienza è un diritto e uno strumento di tutela, non deve diventare un abuso, e deve essere sempre garantita la presenza di medici non obiettori – ha chiarito Pini a ilfattoquotidiano.it – Tutto ora è delegato alle Regioni, che però in questi anni non hanno agito, portando a situazioni limite”. Per questo si chiede anche una centralizzazione del controllo e della mobilità dei medici nelle strutture, in modo che non siano penalizzati sempre i pochi non obiettori, costretti a spostarsi perché i soli a effettuare il servizio richiesto.

La paura di una retromarcia sulla 194 e le pressioni sull’opinione pubblica
Le proposte per migliorare la legge, anche se al momento non sono state calendarizzate, ci sono così come ci sono state in passato, ma il problema è che arrivare a un cambiamento rappresenta anche un rischio. Lo lascia intendere Pini, che parla di “associazioni che hanno paura che la 194 venga stravolta”, e lo ammette Romani, che proprio per evitare che venga rimessa mano al testo ha presentato anche una mozione, che avrebbe l’effetto di aggiungere soltanto una postilla senza toccare l’intero impianto della legge. “La paura è che ridiscutere una legge così importante ora, con la maggioranza che c’è in Parlamento – sottolinea Romani a ilfattoquotidiano.it – possa portare a passi indietro invece che a un miglioramento”.

In Italia infatti la politica deve fare i conti con la forte presenza di associazioni e movimenti pro vita, e soprattutto con l’influenza della Chiesa cattolica. Dopo l’ultima condanna del Comitato Europeo sui diritti sociali del Consiglio d’Europa, non tutti erano stati unanimi nel puntare il dito contro il governo. Don Carmine Arice, direttore dell’Ufficio per la pastorale della salute della Cei, aveva invitato a non dare letture ideologiche dei dati e a garantire il diritto all’obiezione di coscienza. Anche la leader di Fratelli d’Italia Giorgia Meloni aveva liquidato la sentenza di Strasburgo come un fatto di “questioni ideologiche”. “In Italia – aveva affermato – non è troppo difficile abortire, è difficile avere un bambino, anche grazie alle politiche delle istituzioni europee che hanno affamato le famiglie italiane”.

Se per il governo va tutto bene, anche per molti altri esponenti delle forze politiche la normativa vigente non va modificata in quanto dovrebbe già tutelare allo stesso tempo pazienti e medici senza privarli dei loro diritti. Anche se, ovviamente, ci dovrebbe essere uno sforzo maggiore per applicarla. Per Paola Binetti, di Area popolare (Ndc-Udc), che nelle passate legislature si era occupata del tema, proponendo anche una mozione sulla 194 poi respinta con Scelta civica, la soluzione sarebbe semplicemente quella di rispettare la legge e di farla rispettare all’interno delle strutture sanitarie. “La legge in sé riconosce come diritto fondamentale l’obiezione di coscienza e anche quello all’interruzione di gravidanza, ma c’è sempre l’obbligo di assistere le persone in casi di difficoltà o rischio. L’applicazione però spetta a chi dirige le strutture sanitarie – ha spiegato a ilfattoquotidiano.it la deputata, che è neuropsichiatra e obiettrice – Ci sono ospedali come il Gemelli in cui non si pratica l’aborto e altre strutture pubbliche in cui il diritto deve essere garantito”. Secondo la deputata insomma, la legislazione dovrebbe tutelare entrambe le parti nei loro diritti individuali, e gli strumenti ci sarebbero già, anche se si potrebbero implementare. “L’obiettivo è che l’aborto tenda sempre più allo zero, e per farlo si può lavorare di più sul supporto psicologico e sanitario, sulla prevenzione e l’educazione sessuale – conclude – Per tutte le persone però ci deve essere sia libertà di chiedere un’interruzione di gravidanza che quella di rifiutarla”.