Dopo due anni e mezzo da separati in casa, sta per finire l’alleanza tra il M5S e l’Ukip in Europa.

I primi due anni e mezzo di legislatura europea hanno evidenziato tutte le differenze insormontabili tra gli eurodeputati pentastellati e quelli euroscettici d’oltre Manica. Basta guardare le rispettive posizioni politiche su tutti i temi possibili e immaginabili. L’unione siglata nel luglio 2014 si è alla fine rivelata per quello che era, un mero accordo di comodo.

Quanto sia davvero convenuto agli eurodeputati M5S l’alleanza con l’Ukip in questi due anni e mezzo è ancora presto per dirlo. Di sicuro ha causato al M5S molti pregiudizi e mancati inviti a tavoli europei dove si fa politica. Stimati a Bruxelles soprattutto per il loro impegno e la mole di lavoro profuso al Parlamento europeo, i 17 eurodeputati pentastellati hanno pagato il prezzo della pesante lettera scarlatta di un partito, l’Ukip, che di lavoro concreto a Bruxelles ne ha fatto molto poco e che aveva come unico obiettivo quello dell’uscita del Regno Unito da un’Unione europea che non hanno mai pensato di riformare ma solo di distruggere, come la Lega Nord e il Front National.

L’alleanza con il M5S è servita in questi anni all’Ukip per posizionarsi al Parlamento europeo all’interno di un gruppo politico e riceverne i conseguenti vantaggi, in primis finanziamenti economici, e al suo leader quell’importante pulpito da co-presidente dal quale ha sparato le sue solite invettive euroscettiche mettendo, tra l’altro, in penombra l’altro copresidente, il M5S David Borrelli che forse avrebbe avuto da dire qualcosa di più interessante. Insomma il M5S è diventata, involontariamente, una delle tante pedine nella strategia Ukip volta a conseguire il Brexit.

Anche il M5S ha usato l’alleanza con l’Ukip per avere peso al Parlamento europeo in termini di finanziamenti, peso politico e tempo di parola in Aula, ma a che prezzo. Ne avrebbe avuto molto di più alleandosi con un altro gruppo politico, come i Verdi, la Sinistra europea, i Conservatori o i Liberali, e senza sporcarsi le mani con Farage. Di sicuro questi altri gruppi politici, sia pure interessati all’alleanza con il M5S – sempre per gli stessi motivi – non erano, come non lo sono tuttora, pronti ad accoglierli inequivocabilmente perché, a differenza dell’Ukip, prima di tutto un gruppo ce l’avevano già e poi al loro interno c’è gente che è a Bruxelles per fare politica davvero e non solo per prendere i soldi e scassare il sistema.

Il post che introduce il referendum online lanciato a sorpresa sul blog di Beppe Grillo per decidere le nuove alleanze europee prende per mano l’elettore grillino verso un accordo con il gruppo dei Liberali e Democratici (Alde) del belga Guy Verhofstadt, che a Bruxelles qualcuno da già per fatto. Di questo gruppo fecero parte in passato la Margherita, i Radicali e l’Italia dei Valori. Se questo accordo dovesse andare in porto – bisogna vedere cosa ne pensano tutte le delegazioni nazionali Alde, anche se un bottino di 17 eurodeputati italiani rappresenta un boccone troppo ghiotto da rifiutare tout court – fa crollare un’altra favoletta con la quale venne venduta nel 2014 l’alleanza con Farage, ovvero la volontà di non aderire alla linea politica di un gruppo politico.

Nessun gruppo al Parlamento europeo impone una linea ai suoi membri, tant’è che al loro interno ci sono posizioni diversissime su determinate tematiche – basta guardare le statistiche di adesione al voto pubblicate dal sito VoteWatch. Ma come si sa, di favolette la politica, dei partiti o dei movimenti, è piena.

@AlessioPisano

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