In Transatlantico c’è chi già l’ha ribattezzata “operazione a tenaglia”. Una mossa che muove dai due rami del Parlamento e che stringe su un unico soggetto: il governo. Approfittando della distrazione generale tipica delle festività natalizie, sembrano essere partite le grandi manovre per avvicinare la scadenza dell’esecutivo guidato da Paolo Gentiloni e arrivare a nuove elezioni il prima possibile, probabilmente aprile. E per gli addetti ai lavori risulta chiaro anche a chi appartenga la regia di questa operazione: sarebbe Matteo Renzi a voler forzare i tempi.

Tutto comincia venerdì 30 gennaio, quando la Camera, su volontà del Pd, restituisce al governo il decreto legge Salvarisparmio, varato in tutta fretta il 23 dicembre per far fronte alla crisi bancaria del Monte dei Paschi di Siena e alle sofferenze di altri istituti di credito. Sembra un caso isolato. Le opposizioni rimangono sorprese, ma si convincono che il tutto sia finalizzato a permettere ai deputati di concentrarsi maggiormente sull’altro importante decreto in via di scadenza, il cosiddetto Milleproroghe, approvato dal Consiglio dei ministri il 29 dicembre. E invece, giovedì 5 gennaio, la sorpresa che sa di déjà-vu: anche quel decreto viene trasferito da Montecitorio a Palazzo Madama. Anche in quel caso, dunque, al rientro dalle vacanze saranno i senatori i primi a discuterlo.

E così, nel calendario dei lavori della Camera, che verrà fissato definitivamente dalla presidente Boldrini mercoledì 11 gennaio, non resta che un decreto di portata limitata sulla coesione territoriale (con specifiche misure a favore del Mezzogiorno): “un decretuccio”, lo definisce chi ha già avuto modo di esaminarlo. Per il resto, il nulla. Il motivo? Costringere i deputati a discutere solo di legge elettorale, e in particolare della nuova proposta avanzata dal Pd, ovvero il ritorno immediato al Mattarellum. “Vogliono prenderci con l’acqua alla gola – denuncia Rocco Palese, fittiano del Gruppo misto – Alla Camera il decreto sulle banche e il Milleproroghe torneranno quando la scadenza dei 60 giorni sarà imminente: non ci resterà che dire sì o no. E nel frattempo, parleremo di Mattarellum”. Anche i deputati di M5S condividono questa lettura, pur dichiarandosi fermamente contrari ad un ripristino sic et simpliciter della legge elettorale che prende il nome dell’attuale Capo dello Stato. Renzi, dicono i pentastellati, sa perfettamente che sul Mattarellum non troverà mai i numeri per approvarla, in Parlamento. L’obiettivo dell’ex premier, allora, potrebbe essere quello di costruirsi un alibi: far vedere, cioè, che il Pd ha avanzato comunque una propria proposta. Se non venisse condivisa a causa dell’indisponibilità degli altri partiti, a quel punto non resterebbe che andare al voto con la legge che verrà restituita dalla Corte Costituzionale, che si riunirà per pronunciarsi sull’Italicum a partire dal 24 gennaio.

E’ esattamente questa la tesi espressa anche dal capogruppo Pd alla Camera, Ettore Rosato, che in un’intervista all’Unità spiega: se il Parlamento dovesse incartarsi sulla nuova legge elettorale, allora “useremo quella che uscirà dalla Consulta”. I 5 Stelle, dal canto loro, fanno sapere che al tavolo con Renzi non intendono sedersi. “Mai e poi mai”. E dunque? “Dunque aspettiamo la Consulta, poi si vedrà”, confermano.

Ma la manovra, come si diceva, è a tenaglia. Se da un lato si costringe la Camera a focalizzarsi sulla nuova legge elettorale, dall’altro si trasferisce il voto su due delicatissimi decreti al Senato, dove i numeri per il governo sono assai più risicati. Un azzardo? Forse, ma comunque un azzardo calcolatissimo. “E’ la parte del Pd più vicina a Renzi a voler mettere in fibrillazione il governo – prosegue Palese – magari con la speranza di provocare un incidente di percorso e lanciare un messaggio al Presidente della Repubblica: questa legislatura ha vita breve, e non si può tirare a campare”. Si è parlato, nei giorni scorsi, di un eventuale appoggio esterno offerto all’esecutivo da parte dei senatori di Forza Italia. Ma le voci che si intercettano in Transatlantico non sembrano affatto avvalorare questa tesi. “Faccio fatica – conferma Palese – a pensare che Forza Italia dia il proprio sostegno al governo sul Salvarisparmio. Anche perché Padoan, in riferimento alle misure per gli istituti di credito, aveva garantito il massimo coinvolgimento di tutte le rappresentanze parlamentari. Le forzature di questi giorni vanno in direzione decisamente contraria”. Diverso, almeno in parte, il discorso sul Milleproroghe. Sostiene Laura Castelli, esponente dei Cinque Stelle in commissione Bilancio a Montecitorio: “Sul Milleproroghe lo spostamento al Senato è dovuto anche ad altre ragioni. Lì Renzi sa di poter contare su un presidente di commissione più vicino alle sue posizioni. E inoltre, i regolamenti a Palazzo Madama facilitano l’inserimento di misure last minute: le solite marchette dei provvedimenti di fine anno. E su quelle, un accordo col centrodestra è più facile da trovare”.

Non c’è dubbio, però, che anche i Cinque Stelle sentano le nuove elezioni più vicine. “La sensazione – prosegue Castelli – è che Renzi voglia accelerare, magari anche facendo traballare il governo Gentiloni al Senato sul Salvarisparmio”. In risposta ad un’altra parte del Pd, quella più a sinistra, che invece preferirebbe – questa è la percezione – arrivare al voto dopo il congresso, dunque verosimilmente nel 2018. In ogni, caso, l’ipotesi di una fine anticipata del governo Gentiloni non dispiacerebbe certo neppure a M5S. “Noi lasciamo al Pd i giochi di fantapolitica. Ma non nascondiamo – ammette Castelli – che vedremmo con favore un ritorno rapido alle urne per ridare la parola al popolo e poter risolvere i problemi dei cittadini”. Le vacanze, insomma, sono proprio finite.

E il Mattarellum, appunto, potrebbe risolvere proprio questo problema. Così, del resto, avevano auspicato nei giorni scorsi alcuni dirigenti del Pd vicini a Matteo Renzi, ribadendo l’urgenza di indire quanto prima nuove elezioni. Matteo Orfini, ad esempio, dalle colonne del Corriere della Sera aveva fissato anche la data: “Alle urne entro giugno”. “La legislatura è politicamente finita il 4 dicembre”, aveva sancito il presidente dem. Era il 30 dicembre: lo stesso giorno in cui è partita la trafila dei trasferimenti dei decreti-legge dalla Camera al Senato. Un caso? Palese ne dubita: “Direi proprio di no. In certe circostanze, le coincidenze non sono mai tali”.