“Quando ci penso mi sento soffocare. Respiro a malapena. Per me non c’è più ragione di vivere”. Zafor Alam cela la sua disperazione dietro uno sguardo apparentemente determinato. Vuole rivolgersi al mondo. E lo fa con un’immagine shock mostrata alle telecamere dell’emittente americana Cnn. Si vede il corpo di un bambino prono nel fango, probabilmente morto. Alam ne conosce la storia. Quel bambino è suo figlio minore, 16 mesi, si chiama Mohammed Shohayet. È morto, racconta Alam, mentre tentava con la madre, lo zio e il fratellino di tre anni di attraversare un fiume e fuggire verso il Bangladesh, dove l’uomo si trova oggi.

In poche ore, Mohammed è diventato il simbolo dell’esodo dei rohingya, minoranza musulmana dell’ovest del Myanmar, uno dei popoli, secondo le Nazioni Unite, “più perseguitate del mondo”. Molti media internazionali hanno paragonato l’immagine a quella del piccolo Alan Kurdi, bambino siriano rinvenuto cadavere sulla spiaggia di Bodrum, Turchia, dopo l’affondamento della nave su cui viaggiava nel tentativo di raggiungere l’Europa. La risonanza della storia del piccolo Mohammed potrebbe spingere il premio Nobel Aung San Suu Kyi, ministro degli Esteri e plenipotenziaria de facto dell’esecutivo di Naypyidaw, a rompere il silenzio sull’emergenza umanitaria nelle aree al confine con il Bangladesh.

Considerati “bangladeshi”, i rohingya non sono riconosciuti tra le minoranze etniche del Paese, ma al contrario vengono etichettati come immigrati irregolari benché vivano in Birmania da generazioni. Ormai da quattro anni sono bersaglio di attacchi da parte delle frange più estremiste della comunità buddhista, maggioritaria nello statonord-occidentale di Rakhine. La violenza settaria è aumentata con la progressiva apertura del Paese dopo la fine della dittatura militare nel 2011: a fine 2012 200 persone rimasero uccise in pogrom anti-musulmani; decine di migliaia di rohingya furono costretti a fuggire.

La situazione è precipitata negli ultimi mesi con l’arrivo nello Stato dell’esercito, che ha avviato una rappresaglia dopo un attacco contro la polizia di frontiera lo scorso 9 ottobre imputato a militanti di etnia rohingya. Il silenzio e l’inazione del governo di Htin Kyaw, emanazione della Lega nazionale per la democrazia di Suu Kyi, vittoriosa nel 2015 hanno spinto, lo scorso 31 dicembre, 13 premi Nobel e personalità internazionali, tra cui gli italiani Romano Prodi ed Emma Bonino, a sottoscrivere una lettera aperta rivolta alla Lady esortandola a mettere fine a quella che sembra una vera e propria “pulizia etnica”.

Oggi Suu Kyi non è più semplicemente un’icona della democrazia, ma una politica che deve mediare e tenere in conto le posizioni dell’esercito, istituzione che continua a detenere influenze e potere nel Paese dei pavoni e alla quale lei stessa non ha fatto mancare il proprio rispetto.

Le organizzazioni per la tutela dei diritti umani denunciano le violenze e gli abusi delle forze speciali. Lunedì 2 gennaio la pubblicazione di un video che mostra alcuni agenti mentre picchiano un gruppo di rohingya fermati durante un rastrellamento ha portato all’arresto di quattro poliziotti. Può essere il segnale che qualcosa a livello governativo si sta muovendo. Tuttavia, un rapporto governativo sulla situazione nel Rakhine pubblicato dal quotidiano Global New Light of Myanmar ha ribattuto che foto e notizie sugli abusi sarebbero falsi fabbricati ad arte inviati alla stampa internazionale e alle organizzazioni per la tutela dei diritti umani in modo da screditare la Birmania.

Le tensioni sul confine stanno inoltre dando argomenti a quanti nelle file dell’esercito e dei partiti ad esso legati chiedono il ripristino dello stato d’emergenza. Non c’è il rischio di un colpo di Stato, ma si tratterebbe comunque di un passo indietro rispetto alle aperture degli ultimi anni. Per altro un rapporto dell’International Crisis Group pubblicato a metà dicembre, partendo dagli attacchi alla frontiera di ottobre, dà conto della radicalizzazione in atto in alcune frange dei rohingya e dell’emergere di un gruppo, l’Harakah al-Yaqin, guidato da militanti emigrati in Arabia Saudita e con esperienza nelle tecniche di moderna guerriglia. Un pericolo, spiegano gli analisti del centro studi indipendente, che non potrà essere disinnescato senza che siano sradicate le ragioni della violenza. Suu Kyi permettendo.

di Andrea Pira e Marco Zappa