Non hanno torto quanti sottolineano che la presenza Cinquestelle ha fatto da barriera al dilagare anche in Italia del lepenismo o (se è possibile) perfino di peggio.

Questo non impedisce all’osservatore, non pregiudizialmente ostile, di rilevare il grave spreco di potenzialità rifondative della politica da parte del monopolista detentore dell’area indignata nel nostro Paese; più che il generico Movimento, il pool di controllo: Beppe Grillo e lo Staff. Mentre avanzano segnali di ulteriore aggravamento dello spreco in atto, in larga misura determinato da tratti psicologici di sinergici destrismi autoritari: il delirio di onnipotenza che affligge Grillo, nella sua mutazione inarrestabile da tribuno a oracolo, la hubris manageriale afasica del giovane Casaleggio, intenzionato a difendere alla morte il business. Cui fa da contraltare la palese subalternità dei giovani eletti alle cariche di rappresentanza pubblica, che rivelano precoci (e francamente impreviste) pulsioni dorotee alla tutela di poltrone e poltroncine, acquisite grazie alla benevolenza dei Capi. E a questo si aggiunge l’inquietante sottomissione fideistica dei credenti al profetismo cinquestellare, rappresentato da quella sorta di pellegrinaggio al santuario, da parte del 91% su 41mila votanti, genuflesso al rito pagliaccesco del Codice Etico. Ovvero l’atto di cieca devozione nei confronti di El Supremo Beppe.

A questo punto si potrebbe ritenere che operi una sorta di ripartizione di compiti nel duopolio di governo del Movimento: il “penombra” milanese presidia la funzione del controllo, attento a mantenere in funzione le rendite di posizione acquisite. Opera il cui palese esempio è la messa in cantiere dell’operazione “Giovanna d’Arco” per la beatificazione (e quindi il salvataggio) di una Virginia Raggi avvinghiata alla sede capitolina come un mitile allo scoglio. Quanto dimostrano i suoi movimenti sottotraccia per mettere fuori uso il contratto sottoscritto al momento della candidatura a sindaco e delle relative penali in caso di disobbedienza allo Staff.

Da qui la necessità di trasformare mediaticamente un’imbarazzante inadeguata nella pulzella avversata da ipotetici Poteri Forti, che vorrebbero trascinarla al rogo.

Nel frattempo, dalla collina Vip di Sant’Ilario, “l’inventore del mugugno gridato” si applica ad attizzare il parossismo dei fedeli con proclami terroristici contro qualche Male assoluto. Tipo l’orrida quanto puerile pensata di proporre un nuovo tribunale del popolo inquisitore sull’informazione, che – probabilmente in tono caricaturale alla Napalm51, ma non si sa mai – riporta alla mente allucinanti esempi di eruzioni cieche del fanatismo assembleare: dal Terrore robespierriano alle Rivoluzioni Culturali maoiste. Il modo migliore per offrire il destro – questa volta sì – all’establishment nel riproporre la truffa lessicale del “populismo” (ovvero la reazione alle politiche anti-popolari) come estrema degenerazione della democrazia; in effetti, virata dagli oligarchi in Postdemocrazia e oggi in Democratura. Operazione a cui l’insipienza grillesca offre la migliore copertura immaginabile. Con un ulteriore effetto, ancora più grave; che potrebbe far presagire la definitiva involuzione, e conseguente arresto di spinta propulsiva, di un soggetto politico da cui ci si attendeva ben altro: la perdita di contatto con l’elettorato di opinione; quello che, assommandosi al consenso di appartenenza, aveva dato vento alle vele della crescita M5S.

Chi scrive non vede proprio una nuova trasmigrazione della domanda di alternativa verso qualcosa che assomigli agli altri partiti in campo. Semmai prevede dispersioni e astensionismi. C’è un piccolo esempio delle mie parti su cui gli strateghi stellari dovrebbero riflettere: le amministrative dell’anno scorso a Savona. Bastò che una lista civica di disturbo conquistasse l’8% dei suffragi per fare sì che il vincitore annunciato M5S non arrivasse neppure ai ballottaggi.