E’ finito in carcere un presunto complice di Anis Amri, il terrorista autore dell’attentato di Berlino. Si tratta di un 26enne tunisino che la sera prima dell’attacco al mercatino di Natale nella capitale tedesca aveva cenato con Amri: i due, ha spiegato una portavoce della procura generale di Karlsruhe, avevano parlato “intensamente”. Per questo si sospetta che il giovane fermato abbia partecipato in qualche modo nell’organizzazione dell’attentato o almeno fosse a conoscenza delle intenzioni di Amri. In realtà per il momento il nordafricano è accusato solo per “frode sociale”, un reato che contempla truffe sui sussidi di assistenza.

“Gli investigatori lo hanno sottovalutato per 13 mesi”
E’ verosimile che sia un modo anche per non perderlo di vista. Anche perché, come scrive la Sueddeutsche Zeitung, gli investigatori delle autorità antiterrorismo in Germania non hanno brillato per attenzione. L’attentato di Berlino, secondo la ricostruzione del quotidiano, è arrivato infatti dopo che gli esperti della polizia tedesca si sono “occupati di lui in diverse riunioni per almeno 13 mesi” perché lo ritenevano “pericoloso”. Secondo il quotidiano “nel luglio 2016“, in una riunione di “due giorni al Centro comune antiterrorismo “, un gruppo di lavoro si occupò su indicazione della polizia criminale di Berlino della “possibilità di un’espulsione immediata” di Amri sulla base di “una previsione reale di immediato pericolo per la Repubblica federale”. Ma il gruppo concluse che “non vi era alcuna grave situazione di pericolo utilizzabile in giudizio”.

“Amri in fuga fece segno dell’Isis a camera di sicurezza”
Una ricostruzione che peraltro aumenta il sapore della beffa di un’altra notizia uscita oggi: Amri durante la sua fuga, poco dopo l’attentato, è stato ripreso da una videocamera di sorveglianza (alla stazione dello zoo di Berlino) mentre fa quello che viene considerato il saluto tipico dei militanti dello Stato islamico, cioè ha alzato l’indice (a significare l’unicità di Dio). Il 24enne, insomma, era consapevole di essere ripreso dalla telecamera e, soprattutto, era convinto di rimanere impunito.

L’arma che ha sparato a Sesto è quella che uccise l’autista
I suoi piani di fuga, come noto, sono finiti dopo 4 giorni a Sesto San Giovanni, dove Amri ha trovato la morte dopo una sparatoria con una pattuglia della polizia di Milano. E proprio da quello scambio a fuoco arriva la conferma, ce ne fosse bisogno, che è Amri è proprio il giovane ucciso a Sesto: la pistola con cui Amri ha sparato a Milano, infatti, è la stessa che ha ucciso l’autista del tir usato nell’attentato di Berlino. La conferma arriva dalla perizia della Scientifica che ha certificato che il bossolo esploso in Lombardia e quello repertato dalla polizia tedesca sono stati espulsi dalla stessa arma, una Erma Werke, calibro 22 long rifle fabbricata in Germania. “L’accertamento è stato limitato ad un bossolo grazie a una comparazione a tre – ha spiegato il direttore della quarta divisione del servizio della polizia Scientifica di Roma, Gianpaolo Zambonini – Il primo, sparato con la pistola del terrorista qui nei nostri uffici, il secondo quello repertato a Sesto San Giovanni e il terzo è la copia di quello repertato a Berlino che ci è stata inviata dai colleghi tedeschi”.

Secondo le indagini della questura di Milano, peraltro, Amri non aveva in tasca solo un centinaio di euro, ma oltre mille. Contanti che avrebbero aperto un’importante pista investigativa. L’ipotesi è che le banconote siano state prelevate da un bancomat, da lui o da qualcuno per lui. Ora gli investigatori stanno cercando di risalire al luogo di emissione del denaro attraverso i numeri seriali e l’incrocio con i dati degli sportelli.

Nessuno reclama la salma, il tir potrebbe finire in un museo
Nel frattempo a distanza di quasi due settimane dalla sua morte di Anis Amri, nessuno ha finora reclamato la salma, che è ancora a disposizione della Procura di Monza. “Io l’ho rinnegato e così tutta la famiglia – aveva detto la madre di Amri, intervistata all’indomani della sua uccisione – ma sono sicura che non lo ha fatto di sua volontà: era giovane, qualcuno lo ha spinto a compiere questa strage. Non so come hanno fatto ad indottrinarlo”. Invece il camion della strage potrebbe finire nelle sale della Haus der Geschichte di Bonn. “È ancora troppo presto per poter dare una risposta definitiva”, ha detto il presidente della fondazione che gestisce il museo, Hans Walter Huetter, aggiungendo che di fronte a fatti così cruenti è necessaria una certa distanza temporale per affrontare il tema. “Ma quando un tema assume rilevanza sociale, e in questo caso è così, allora fa parte della nostra storia, che lo si voglia o meno”.