Se esiste una storia d’amore tristissima, di quelle che sembrano uscire dai romanzi d’altri tempi e fanno commuovere fino alle lacrime, è di sicuro quella tra i due studenti attivisti iraniani Arash Sadeghi e Golrokh Iraee.

Lui è un prigioniero politico e in queste ore rischia di morire per amore. Oggi è al suo 71° giorno di sciopero della fame, per protesta nei confronti della detenzione ingiusta di sua moglie, la scrittrice e attivista per i diritti umani Golrokh Ebrahimi Iraee.

Sua moglie viene condannata lo scorso ottobre, a sei anni di detenzione, unicamente per aver scritto un racconto sulla lapidazione, peraltro mai pubblicato. La storia narrata da Golrokh ha come protagonista una donna che brucia una copia del Corano come segno di ribellione e rabbia, colpita dalla visione del film La lapidazione di Soraya M. La Magistratura iraniana ha giudicato la trama così sovversiva da doverne non solo impedire la pubblicazione, ma anche punire l’autrice. Le accuse mosse alla giovane attivista sono di ‘offesa ai sacri valori dell’Islam’ e ‘diffusione e propaganda contro il sistema’. Dall’arresto di sua moglie Arash Sadeghi ha iniziato uno sciopero della fame.

Arash ha una lunga storia in Iran; è entrato e uscito dal carcere di Evin varie volte. E’ stato membro della campagna elettorale di Mir Hossein Mousavi nel 2009 e dell’Associazione degli studenti islamici della Allameh University. Da quest’ultima università è stato espulso, per ragioni politiche, mentre stava studiando per la sua laurea specialistica in filosofia. Il primo arresto di Arash Sadeghi è avvenuto dopo le contestate elezioni presidenziali del giugno 2009. Da allora è stato arrestato diverse volte tra il 2009 e il 2014. Ora si trova nel carcere di Evin condannato a 19 anni di reclusione con l’accusa di “propaganda contro lo Stato, associazione e collusione contro la sicurezza nazionale”.

In tutti questi anni Arash ha sempre combattuto per la libertà in Iran. Alcuni amici dicono che la sua fine purtroppo non è lontana. Sono 71 giorni che è in sciopero della fame ed ha perso 19 kg. Si trova nella sezione 8 del carcere di Evin e più volte è stato trasferito in infermeria perché sofferente di ipotensione, palpitazioni cardiache, asma e fuoriuscita di sangue dalla bocca. Gli hanno messo la maschera a ossigeno e lo hanno riportato nella sua sezione. Il pericolo che sopraggiunga un ictus e quindi il coma è imminente. Le autorità iraniane hanno più volte minacciato Sadeghi che ha interrotto le cure mediche da quando gli sono state vietate le visite di sua moglie.

In questa drammatica vicenda, consapevole che le autorità iraniane non avranno pietà per la sua vicenda, Arash ha già preparato un testamento dedicato alla sua tanto amata moglie. In questa lettera si legge: “Pensa a un domani, quando la felicità sarà un diritto di tutti gli esseri umani…Sono nato nel tuo primo sguardo, il tuo abbraccio è il posto più sicuro al mondo, il tuo amore è il simbolo della vittoria che mi accompagna in questa battaglia contro il destino. Ti hanno condannato pesantemente per dare una lezione agli altri, ma noi passeremo questo triste periodo e ci ritroveremo di nuovo tra la felicità e la tenerezza”.

Al momento sono tante le associazioni per i diritti umani che stanno portando avanti campagne per la salvezza di Arash e la liberazione di sua moglie. Su Twitter l’hashtag #saveArash imperversa su molti siti e una grande campagna di mobilitazione è in atto per scongiurare il deterioramento delle condizioni di questo giovane studente iraniano. Molti personaggi conosciuti si sono spesi per la salvezza di Arash come il deputato parlamentare riformista Elias Hazrati il quale ha scritto al capo della magistratura Sadeq Larijani sulle condizioni del giovane, dichiarando che la sua morte potrebbe comportare conseguenze politiche.

Proprio ieri si è svolta a Teheran una silente manifestazione davanti al carcere di Evin per sostenere la causa di Arash.

Anche suo padre, Hossein Sadeghi ha iniziato il tre dicembre scorso uno sciopero della fame in sostegno delle richieste di suo figlio. Al momento non ci sono state risposte da parte delle autorità, ma si teme che la morte di un prigioniero politico potrebbe comportare gravi problemi in un Iran, a pochi mesi dal voto Presidenziale, che ha cercato di mostrarsi più tollerante da qualche tempo. Ma un Paese in cui viene negato il diritto a un prigioniero politico in fin di vita, di poter vedere la propria moglie, è un paese in cui la comunità internazionale non può rimanere silente, ma anzi dovrebbe al più presto intervenire, per garantire la difesa dei Diritti Umani.