Una cosa sola è certa: al parlamento europeo nei prossimi due anni si parlerà ancora più italiano. Il prossimo presidente del parlamento sarà infatti italiano, l’ultimo fu Emilio Colombo, eletto nel 1977.

Quattro le candidature italiche per la successione del tedesco e socialista Martin Schulz: Antonio Tajani (Fi) per il Ppe, Gianni Pittella (Pd) per l’S&D, Eleonora Forenza (L’Altra Europa con Tsipras) per la Sinistra europea e Piernicola Pedicini (M5S) per il gruppo Efdd. Mentre le candidature di Forenza e Pedicini, sia pur rispettabili, restano di bandiera non avendo i gruppi Gue ed Efdd i numeri e le alleanze per far eleggere i propri candidati, quelle di Tajani e Pittella sono destinate a pesare e, una delle due, a vincere.

Difficile l’elezione nei primi tre turni dove serve la maggioranza assoluta dell’Europarlamento – composto da 751 eurodeputati. I gruppi minori cercheranno di spingere i propri candidati sia per una questione di principio politico che per far pesare il proprio supporto al quarto turno dove passano solo i due più votati. E questi dovrebbero essere proprio Tajani e Pittella, espressione dei due principali gruppi politici in Europa – Ppe e S&D.

Dopo anni di austerità, a Bruxelles e soprattutto al Parlamento europeo c’è voglia di sud. La candidatura a sorpresa di Pittella, presidente del gruppo S&D all’Europarlamento, ha sbaragliato i piani popolari di spingere il tedesco Manfred Weber – presidente del gruppo Ppe e uomo forte di Angela Merkel a Bruxelles – alla presidenza dell’Europarlamento. Infatti, per evitare la deriva anti tedesca degli altri gruppi politici, i popolari avevano bisogno di un “uomo del sud”. Ecco che la candidatura del romano Tajani si è imposta sui favoriti Maired McGuiness ed Alain Lamassoure che pure in molti a destra (e non solo) avrebbero preferito.

Pittella e Tajani si presentano entrambi come candidati anti austerity, posizione che tuttavia impedirà a entrambi di avere il pieno appoggio al momento del voto di tutte le delegazioni nazionali facenti parte dei propri gruppi politici. Allo stesso tempo, questo permetterà loro di cercare sostenitori negli altri gruppi politici, ognuno con i suoi limiti. Su Tajani pesa lo scandalo Volkswagen (secondo il Financial Times lo scandalo delle emissioni truccate era stato segnalato all’Ue già nel 2013 quando Tajani era commissario all’industria) e l’indelebile marchio berlusconiano (a molti non inviso a Bruxelles), mentre Pittella potrebbe pagare una certa avversione alla sua sinistra (specie tra Gue e Verdi) e qualche gap, diciamo, “anglofono”.

Tra i due litiganti a sperare di “godere” è il belga Guy Vehrofstadt, candidato dei liberali, europeista convinto e che ha tentato più volte e inutilmente la scalata alla Commissione europea. Vehrofstadt potrebbe decidere di fare un passo indietro con un occhio alla poltrona del prossimo presidente del Consiglio europeo, dal momento che la nomina del polacco Donald Tusk scade a maggio e già circola la voce dell’attuale premier olandese Mark Rutte, liberale e stimato in Europa.

Il nuovo presidente del parlamento sarà votato il 17 gennaio a Strasburgo. Anche se si tratta dell’istituzione europea con meno potere reale sulle politiche europee, l’Italia ha l’occasione di fare in mono che la voce del sud Europa sia maggiormente rappresentata a Bruxelles. A meno che non si tratti di una mera caccia alla poltrona. A parlare saranno i fatti.