Io direi che l’uomo dell’anno è Putin e se si può dare un riconoscimento per l’uomo politico più patetico, direi Obama.

Proviamo a dire sulla base di quali motivazioni. Putin è riuscito a riportare la Russia al livello di una grande potenza smentendo le previsioni secondo cui l’America sarebbe stata l’unica potenza mondiale. Previsione avanzata dopo la caduta del muro di Berlino dagli analisti americani che pensavano all’America come potenza unipolare. I fatti della storia sono andati diversamente e senza poter ripercorrere gli errori politici degli Stati Uniti, possiamo dire che relativamente a ciò che si definisce “il grande Mediterraneo”, dall’Afghanistan al Marocco, la politica americana è stata fallimentare e non solo, è riuscita a creare più problemi che offrire soluzioni. Una fra tutte la guerra all’Iraq e i disastri che sono derivati nella regione.

Non è questione di questo o quel Presidente: conservatore o democratico che sia, l’America non sembra capace di esprimere una politica plausibile in questa area del Grande Mediterraneo. L’ultimo presidente, Obama, ha impiegato otto anni per non porre il veto alla risoluzione dell’Onu che condanna Israele e le espansioni delle colonie ebraiche in terra di Palestina. Vi ricordate il discorso del 2009 al Cairo, quando Obama rivolgendosi a tutti gli arabi disse: “I palestinesi devono sopportare le grandi e piccole umiliazioni quotidiane causate dall’occupazione. Sia dunque chiaro che la situazione della popolazione palestinese è intollerabile, l’America non ignorerà le legittime aspirazioni dei palestinesi di dignità, opportunità future e di un proprio Stato”.

Abbiamo dovuto attendere sette anni per una presa di posizione politica e questo è avvenuto alla vigilia dell’insediamento del nuovo Presidente, Donald Trump. E’ singolare pensare di passare alla storia per un atto che non costa niente come quello che fece Bill Clinton quando favorì un incontro, mal organizzato e frettoloso, tra Ehud Barak e Yasser Arafat a Camp David nel 2000. E che dire di John Kerry che in lungo discorso pronunciato a Washington il 28 dicembre scorso perorava ancora la soluzione dei due Stati quando a tale soluzione nessuno ci crede, come risultato né di pourparlers diretti Israele Palestina, né favoriti da quella conferenza che si terrà a Parigi il prossimo 15 gennaio. Qualcuno forse dirà: “Ma l’amministrazione Obama ha fatto l’accordo sul nucleare con l’Iran“, dimenticando però la politica di isolamento che verso questo Paese si continua a praticare.

E veniamo all’uomo del 2016: Putin non si è risparmiato quanto a bombe sulla popolazione civile, prendendo per mano il massacratore del proprio popolo siriano, Bashar Al-Assad, e portarlo alla vittoria ad Aleppo, permettendo al presidente che mette in prigione gli oppositori e reprime la libertà di stampa, Erdogan, di sedersi al tavolo per decidere le sorti della pace nella conferenza che Putin sta organizzando a Astana, nel Kazakistan. Dimenticavo di dire che a questa conferenza non sono stati invitati né l’Unione europea (a che titolo, dopo tutto?) né gli Stati Uniti.

Nel frattempo Erdogan si è rimangiato la sua posizione che lo portava a essere contrario alla permanenza di Assad al potere, ma uscire dall’isolamento “val bene una messa”. Senza dimenticare che la sua nuova posizione lo metterebbe al riparo da un qualsiasi tentativo da parte dei curdi di costituire una nazione nel nord della Siria a ridosso della Turchia. I curdi non sono stati invitati perché Erdogan ritiene che le milizie del Ypg siano di fatto alleati del Pkk, il partito dei lavoratori del Kurdistan.

Qui stiamo parlando di realpolitik e non di sogni o di speranza che il mondo vada diversamente. Per questo penso che Putin abbia gli onori della cronaca. Cosa succederà quando Trump si insedierà alla Casa Bianca? L’annuncio di spostare l’ambasciata americana a Gerusalemme, la nomina ad ambasciatore di David Friedman, noto per le sue posizioni a favore delle colonie, sembra essere non solo un ribaltamento totale dell’atto di “coraggio” di Obama, ma un addio definitivo alla teoria dei due Stati, con buona pace dell’immobilismo dell’UE.