Un ristoratore di Punta Marina, in provincia di Ravenna, ha offerto il pranzo, il giorno di Natale, a 23 poveri, più precisamente 23 italiani poveri. Dove sarebbe la notizia? Secondo Il Resto del Carlino, il proprietario del ristorante non si è limitato a mettere 23 coperti a disposizione di chi non ce la fa ad arrivare a fine mese ma ha esplicitamente chiesto a un’associazione di mandare alla sua tavola solo italiani. Che a detta sua, sarebbero discriminati rispetto agli stranieri.

Al quotidiano di Bologna il ristoratore ha detto: “Ho chiesto che mi mandassero famiglie italiane ben sapendo che qualcuno avrebbe anche potuto darmi del razzista. Non lo sono per niente e so benissimo cosa significa aiutare il prossimo“.

Certo, ognuno fa con i suoi soldi ciò che vuole, ma per favore, questo gesto non venga definito “solidale”: è solidale distinguere tra povertà e povertà? Stilare una classifica tra chi è più disperato? Misurare chi è più povero e più bisognoso? Giustificare una discriminazione su base squisitamente politica, travalica il limite del diritto di donare come e a chi si vuole: è un gesto privo di tatto e umanità.

D’altronde la condizione di indigenza dovrebbe unire, non dividere; creare ponti di solidarietà non muri di identità. E su questo, chi vuole rendersi utile, dovrebbe riflettere: non è buonismo, ma buon senso. In caso contrario, ciò che si chiede è di ‘certificare’ la povertà, dando precedenza a un primato di sofferenza rispetto a un altro; a chi “aveva tutto e ora l’ha perso” rispetto a chi ha rischiato di morire attraversando tre continenti per scappare da fame e guerre. No, questo non ci fa onore. Cedere a questi impulsi, serrando i ranghi di una comunità identitaria che esiste solo nelle teste dei Salvini e Meloni di turno, non dovrebbe appartenere a un popolo con una storia di emigrazione come il nostro.

A proposito degli italiani in difficoltà, il ristoratore di Punta Marina ha affermato: “Non saranno mai primi nelle graduatorie delle case popolari, non hanno diarie giornaliere…”. Beh, questi sono commenti politici che nulla c’entrano con la carità.

Certamente un pranzo di Natale non cura i mali del Paese e non peggiora lo stato di salute dello già sfilacciato tessuto sociale italiano, ma sul piano simbolico, in un periodo dell’anno dominato dal simbolismo, una clausola di esclusione per migranti è qualcosa di cui – nello spazio pubblico – potremmo fare a meno. Indicatore, certamente di una crisi morale ancor prima che sociale. E il fatto più grave è che il ristoratore – come racconta il giornale – si sia rivolto a un’associazione che forse avrebbe potuto evitare di collaborare: cosa avrebbe di sociale o di cristiano, la carità nazionalista?

La tavola, d’altronde, rappresenta il punto più alto della socialità senza aggettivi. Il cibo non è solo simbolo di vita, nel senso biologico del termine ma anche di vita sul piano collettivo, laico o religioso. Una cucina, sociale per un giorno, che sceglie i commensali sulla base del passaporto e sulla scorta di opinioni fondate sulla propaganda politica anti-immigrati, non se la prenda il ristoratore ravennate, è una vergogna. E non chiami “generosità” la discriminazione mascherata da atto caritatevole, perché di umano, il dono nazionalista, non ha proprio nulla.