Troppi, troppi volontari. Eravamo in tanti a servire alla mensa dei poveri. Senza voler dar ragione al mio amico Carmine Arnone, anche lui “reclutato” nella catena di beneficenza, convinto che si tratti di un fatto di tendenza. Prego, si accomodi. Non è che fossi vestita come una stracciona ma, evidentemente, mi hanno scambiata per una di loro.
Questo cosa vuol dire? Che al pranzo di Natale che ogni anno viene offerto dall’Associazione Amici della Galleria a barboni e senzatetto, si siedono anche persone di ogni tipo che all’improvviso hanno difficoltà a mettere insieme pranzo e cena.

I miei figli ancora ci ridono sopra: “Prego, si sieda, c’è posto”. Mentre fuori, dietro le transenne, una ressa disumana. Sarà che ancora non ci avevano fornito del cappellino babbonatalesco e del bavaglio di cartone con la scritta Staff. Ma effettivamente il posto, quest’anno, c’è per tutti. A sedersi sono quasi un migliaio, sotto quella meraviglia della settecentesca Galleria Principe di Napoli, in attesa di uno “smart” recupero urbano e dirimpettaia del Museo Archeologico,

Il resto, un centinaio, sono volontari. Io e i miei figli fra questi. Kamalei e Tiarè distribuiscono pane e sorrisi. AnnaLaura di Luggo, ecclettica artista, una che ha incominciato a fare volontariato quando ancora quasi nessuno lo faceva, porta i suoi figli da quando avevano 6 anni. Con lei anche l’avvocato penalista Olindo Preziosi, guizzante di vitalità. “Sono vent’anni che coinvolgo le amiche – dice Anna Martorano – Faccio scrivere una letterina a Babbo Natale dai bambini orfani. Vedere lo stupore negli occhi di un bambino che aveva scritto che voleva un trenino elettrico e lo riceve per davvero, mi riempie di gioia. Lo so, sarà pure una goccia di beneficenza in un mare d’indifferenza, ma ben venga questa goccia”.

Il banchetto natalizio ha inizio, fra musica, cori e concertini. E vi prego non fatemela più chiamare la mensa dei poveri perché a sentirci poveri, di spirito, di caritas, di compassione siamo noi volontari. Perché non si fa mai abbastanza. Noi in fila con il piatto in mano, pasta fumante, arrosto con patate, contorni. Il capo staff ci smista: tu a quel tavolo lì, tu in fondo, tu resta qui. Eseguiamo gli ordini come soldatini, tra sguardi bui, volti senza ieri e senza domani.

Quando serviamo un recipiente con non so quanti chili di mozzarella di bufala è tutto uno schiamazzo: qui, qui, ne abbiamo avute solo tre… Annamaria fa la casalinga, ha superato la settantina e ogni anno, da 21 anni, si trascina da Soccavo, hinterland napoletano. Chiude un occhio quando un marocchino apre lo zainetto e di nascosto infila tutto in una busta di plastica: pasta, pesce, carne, dolce, grissini… giustificandosi: “Tanto poi nello stomaco si mischia tutto…”. Mio figlio vuole regalare il suo cappellino natalizio, si avvicina al tavolo: troppe mani si alzano per un misero copricapo di panno lenci. Un bicchiere di vino? La Protezione Civile vigila: non più di un bicchiere a testa. Molti di ospiti sono alcolizzati e basta un goccio di alcol per dare i numeri. Si vogliono evitare incidenti. E arriva pure il sindaco Giggino De Magistris per un brindisi.
Gli imprenditori Stefano Cimaglia Gonzaga e Alfredo Barone Lumaga, motori del volontariato made in Naples, hanno provveduto in pochi giorni a trovare gli sponsor per riempire mille pacchi di Natale con panettoni, torroni e dolciumi vari. Una montagna di fagotti, pronti per la consegna. Siamo pronti.
Scherzi? – mi fa Stefano – non vuoi mica scatenare la rissa. Ci vuole la Protezione Civile per metterli in fila uno ad uno.
Finita la festa, noi, al calduccio nelle nostre casette. Loro, una vita senza scampo, per strada, nel loro giaciglio di cartone.