Non è un’espressione esagerata: ma questa riflessione me la porto dietro da anni con un forte e irriducibile amaro in bocca. Facciamo un pochino di storia. 1992: trattato di Maastricht, fissazione delle regole (i parametri di Maastricht); 31 dicembre 1998: fissazione dei ratei di cambio fra le monete esistenti e l’euro; 1 gennaio 2002: inizio della circolazione dell’euro.

Da allora si usa dire che la Ue (o, meglio l’Eurozona) dispone di una moneta unica. Da un punto di vista fisico “sì”: da un punto di vista tecnico “no”. La Ue “eurobased” non ha affatto una moneta unica: ha in realtà un “sistema di cambi fissi”, che è cosa sideralmente diversa. E fino a quando non ci ficcheremo bene in testa questa realtà, allora non faremo che condurre chilometriche e vane chiacchiere.

Una moneta sta all’economia come una lingua sta a un popolo: al pari di una lingua popolare, una moneta è un utensile che deve essere adatto all’uso che se ne vuol fare. La lingua parlata è viva quando esprime tutto, ma proprio tutto, di quel che un popolo sente, teme, ama, apprezza, disprezza, etc. Altrimenti quella lingua muore, e viene gradualmente sostituita da un’altra lingua. E’ la storia del mondo, è sempre stato così. Chi si è avvicinato a più lingue, specie se al di fuori del mondo latino/sassone, capisce perfettamente quello che sostengo.

Al pari di una lingua viva, che si adatta, si ripulisce, si arricchisce, una “moneta viva” deve potersi adattare all’economia di cui è uno degli “attrezzi” (utensili) fondamentali. e, purtroppo, l’euro al momento non è affatto “modulabile” sulle diverse economie dei singoli Paesi che l’hanno adottato. Succede così un paradosso: che in un sistema di cambi fissi, è l’economia che – giocoforza – deve adattarsi alla moneta: il che è una grande stupidaggine.

Né può esserlo: perché il‘disegno all’interno del quale l’euro fu concepito (e se io fossi richiesto di esprimere un’opinione sarei del parere che fu cosa buona e giusta) è bellamente abortito: fu il fiasco della cosiddetta Costituzione europea, respinta da più di un Paese dalla vista – perdonate – molto rivolta al solo proprio ombelico, a determinarne l’asfissia.

L’euro fu un coraggioso e positivo atto di fiducia in una Europa che non arrivò mai, e che al momento appare ben lungi dal profilarsi all’orizzonte, vittima com’è degli egoismi nazionali mai sopiti, di una vita politica povera e miope (non solo in Italia). Si aggiunga anche la manovra eversiva perpetrata dagli Usa con la creazione della bolla dei subprimes o “derivati“: un siluro enorme i cui esiti devono ancora rivelarsi nella loro potenza distruttiva. In una situazione di indubbia difficoltà, di sostanziale blocco dell’economia italiana (che risente soprattutto di una non-politica economica nazionale, anche se questo non lo dice nessuno), si è scatenata una discussione del tutto sterile sulla scelta di abbandonare o tenere l’euro.

Credo che questa discussione dipenda in sostanza dall’età di tanti personaggi che ne parlano: non hanno vissuto, infatti, la gigantesca bufera monetaria dei primi anni ’80 del secolo scorso, quando in brevissimo tempo, con la lira fluttuante ma sovrana, il costo del denaro di breve termine per le imprese raggiunse percentuali incredibili. Personalmente ebbi imprese, mie clienti (allora ero un consulente di direzione aziendale operativo), che erano costrette a pagare interessi sulla base nominale (perché la realtà vera era ancora ben più cruda) del 23-24% annuo: fu una strage di aziende, di fallimenti, di sciagure economiche. C’è oggi – e non sono pochi – chi sostiene che dobbiamo uscire dall’euro: non sa quello che dice. O, meglio, come me non sa quali conseguenze possono derivarne.

Soprattutto non si pone il carico morale di quel che succede alle classi povere. La svalutazione (garantita al limone) è la tassa più iniqua che si possa immaginare, perché colpisce in buona sostanza solo le classi povere. Categoria questa che oggi si è spaventosamente allargata con la forte distruzione del ceto medio. No: oggi non possiamo affatto uscire dall’euro. Dobbiamo operare con una intelligenza più sottile.

Già negli anni 1945-1955 il nostro Paese ebbe una crisi monetaria spaventosa: fu superata con l’introduzione di una moneta collaterale (le am lire) affiancata alla lira ufficiale. Non solo, nei primi anni ’70 (1971/75), in una crisi di liquidità stringente, ci fu l’intervento di un’altra efficacissima moneta collaterale alla lira costituita dagli “assegnini”: salvarono il Paese e furono gradatamente ritirati man mano che la crisi si andava superando, nel frattempo consentirono una moderata svalutazione globale del sistema monetario italiano e diedero corso alla componente virtuosa di ogni svalutazione: quella della ripresa della competitività internazionale, senza strangolare le classi povere.

Questo tipo di operazione è possibile anche oggi: in tutta Europa si sente il bisogno di queste monete collaterali. Fino a pochi anni fa se ne contavano 23, oggi sono molte di più.