di Claudia De Martino *

Proprio ieri al Consiglio di Sicurezza è passato a maggioranza con l’astensione degli Stati Uniti il voto contrario alle colonie israeliane in Cisgiordania: si tratta di una sanzione storica, voluta dall’Egitto, che costituirà l’unica eredità diplomatica, purtroppo parziale, della Presidenza Obama nel conflitto israelo-palestinese.

Prima del voto, per evitare l’astensione Usa il governo Netanyahu si era spinto fino a premere sul futuro Presidente Donald Trump, che avrebbe definito la scelta di Obama “dannosa e contraria alla politica fino ad adesso seguita dagli Stati Uniti orientata al riavvio di negoziati bilaterali tra le parti”. Trump avrebbe inoltre abusato dei suoi poteri telefonando al Presidente egiziano al-Sisi per esercitare pressioni su quest’ultimo al fine del ritiro della bozza. Tuttavia alcuni Paesi terzi del Consiglio di sicurezza (Nuova Zelanda, Venezuela, Malesia e Senegal) avevano intimato all’Egitto di procedere, pena la loro stessa ripresentazione della bozza all’attenzione del Consiglio.

Ieri il voto c’è stato e sicuramente registra un successo di Abu Mazen e un cambio di equilibri all’interno del Consiglio di sicurezza Onu, tuttavia, se i Palestinesi si illudono che esso possa aprire a ricadute pratiche sul terreno, le loro aspettative verranno disattese: il risultato sarà aumentare la pressione diplomatica internazionale su Israele solo fino all’insediamento della nuova amministrazione Trump.

A corto di concrete alternative politiche, l’Autorità Nazionale Palestinese continua a perseguire l’obiettivo del riconoscimento internazionale: eppure questa via mostra limiti sempre più evidenti.

Un saggio illuminante in proposito, scritto da Moshe Behar, ricercatore all’Università di Manchester, pubblicato in italiano insieme ad altri saggi dalla traduttrice e saggista Susanna Sinigaglia con il titolo “Israele, Palestina, Medio Oriente. Una prospettiva etnostorica” (Zambon editore, 2016), ci invita a riflettere sul conflitto israelo-palestinese da un’altra prospettiva, spesso trascurata: quella regionale. Behar contesta il fatto che il conflitto possa trovare una soluzione nei limiti angusti dell’attuale Palestina, artificialmente creata nel 1922 da un documento britannico (il “Libro Bianco di Churchill”).

L’originalità del suo studio è quella di puntare l’attenzione sul processo di progressiva separazione della Palestina dal mondo arabo: premessa accettata anche dal principale partito palestinese al-Fatah. Col tempo, si sarebbe consolidata un’immagine sclerotizzata della Palestina come problema indipendente dal contesto mediorientale: quello di una regione araba che stenta a trovare la strada verso sistemi democratici non settari.

La sua denuncia è che i Palestinesi avrebbero finito per adottare le stesse lenti degli Israeliani nell’interpretare il conflitto, quelle nazionaliste, concentrando tutte le loro energie nell’obiettivo di costruire uno Stato nazionale indipendente a maggioranza araba all’interno di confini sempre più angusti. Una scelta che, involontariamente, avrebbe sposato la lettura israeliana di un conflitto che si origina nel 1948 e si approfondisce nel 1967 nello scontro asimmetrico tra due popoli per la stessa terra, mentre il conflitto non è affatto esistenziale e data molto più indietro nel tempo, almeno al 1922 del Libro Bianco o al 1917 della dichiarazione Balfour.

In altre parole, Behar sostiene che rileggere la storia della lunga guerra che oppone Israeliani e Palestinesi solo come un problema dell’angusta striscia di terra d’Israele e i Territori occupati lasci fuori troppi problemi che dovrebbero essere inclusi in una risoluzione definitiva: in primis l’originaria indivisibilità territoriale, etnica, economica a e culturale della Palestina mandataria, inclusiva dell’attuale Giordania, poi la questione dei rifugiati palestinesi e il sistematico allontanamento delle comunità ebraiche dai Paesi arabi (ad esclusione del Marocco).

La marginalizzazione di questi ed altri elementi fondamentali nell’attuale narrativa del conflitto avrebbe alimentato la propaganda israeliana, esemplificata dalla metafora adottata dall’ex premier Ehud Barak di Israele come una “villa nella giungla”: ovvero unico Paese democratico in mezzo ad una regione caratterizzata da autocrazie. La “villa nella giungla”, sostiene Behar, non è vera, perché anche Israele risente negativamente dei sussulti dittatoriali dei Paesi arabi circostanti nonostante l’elevazione di muri per isolarsi dal contesto regionale.

E’ dunque chiaro che senza un progresso da parte dell’intero mondo arabo verso la democrazia, senza una soluzione al conflitto siriano che coinvolge direttamente milioni di Palestinesi doppiamente profughi, senza una stabilizzazione permanente del Libano come sistema democratico capace di superare il confessionalismo religioso, senza lo sviluppo della società civile in Giordania, e, infine, senza una democratizzazione interna alla società palestinese, non si avrà nessun progresso nel conflitto con Israele. Quest’ultimo continuerà a trincerarsi dietro l’immagine falsata della “villa nella giungla”, senza accorgersi del suo progressivo scivolamento in una democrazia etnico-confessionale dai tratti maggiormente autoritari: ovvero, per rovesciare la metafora, della graduale trasformazione dell’intero Medio Oriente in una “giungla senza ville” (Behar, pag.66).

In conclusione, per la Palestina che insegue il suo sogno di riconoscimento internazionale al Consiglio delle Nazioni Unite è forse arrivato il momento di riflettere su che Stato e che società intenda costruire una volta ottenutolo: un modello democratico capace di assicurare una dialettica politica interna ed un sistema politico non settario, capace di tutelare le differenze etniche e religiose: tutti elementi che sembrano oggi di così difficile realizzazione nelle società del Medio Oriente, incluso Israele.

* ricercatrice UNIMED