da Berlino

Giovedì mattina alle 11 ha riaperto il mercatino di Natale di Breitscheidplatz, dove lunedì sera un camion impazzito guidato da un terrorista si è lanciato tra la folla uccidendo dodici persone e ferendone molte di più. Ci sono targhe commemorative di fronte a due casette gravemente danneggiate che sono rimaste chiuse. «Gli organizzatori – spiega il quotidiano cittadino Tagesspiegel – hanno promesso che saranno suonate solo canzoni di Natale e non musica da party». I poliziotti pattugliano l’intera area con i mitra in braccio e il THW, la protezione civile, finisce di disporre intorno al mercato blocchi di cemento armato che dovrebbero servire per scoraggiare eventuali nuovi attacchi con mezzi pesanti. I blocchi sono stati recuperati delle gare di Formula-E, la formula 1 elettrica. «Ne abbiamo circa 1.250 e aiutiamo volentieri», ha spiegato David Gil, proprietario di un’agenzia di eventi che sta prestando alla città i pezzi da 4 tonnellate per 4 metri senza voler nulla in cambio. Saranno protetti con questi muri improvvisati almeno altri cinque mercatini in tutta la città, compreso quello di Alexander Platz.

Tutti sanno che potranno avere, se va bene, un effetto psicologico. La gente potrebbe sentirsi più sicura. Ma un mercatino di Natale può essere attaccato in molti modi diversi e a Berlino ce ne sono di tutti i tipi in tutti i quartieri: impossibile presidiarli o recintarli tutti. E anzi, «proprio i blocchi di cemento potrebbero ostacolare un eventuale intervento dei vigili del fuoco», continua il Tagesspiegel. Prove tecniche di normalità in una città colpita al cuore dal terrore, che sembra però affrontare senza reazioni scomposte o isteriche o un’eccessiva presenza di polizia e militari.

Vivo a Berlino da tre anni e da lunedì mi sono arrivati molti messaggi e chiamate. «Come state? Tutto bene?». «C’è tensione in giro?». Con alcuni amici non ci si sentiva da mesi ed è stata un’occasione per aggiornarsi sulle ultime novità e scambiarsi gli auguri in modo diverso dal solito, con una felicità liberatoria. Alle otto di sera di lunedì, nei minuti chiave dell’attentato, ero a casa nel quartiere di Friedrichshain, ex Berlino-Est, a otto chilometri circa da Breitscheidplatz. Dall’altra parte della città. Un quartiere nel quale vivono moltissimi italiani, buona parte di loro è arrivata, come me, negli ultimi cinque anni. Stavo guardando il telegiornale su ARD, il primo canale nazionale, che aveva in primo piano l’assassinio dell’ambasciatore russo in Turchia, avvenuto poche ore prima. Dopo le notizie ho spento la televisione e preparato la cena.

Ho saputo dell’attentato di Berlino alle nove, dai messaggi preoccupati che ho iniziato a ricevere dall’Italia. Subito dopo ho deciso di fare il “Safety Check” su Facebook per cercare almeno di controllare la probabile valanga di notifiche a cui non sarei riuscito a rispondere. Negli ultimi giorni sono uscito pochissimo ma non per paura. Lavoro da casa, avevo una scadenza importante e d’inverno, con il freddo e soprattutto il buio, non si è particolarmente stimolati ad attraversare la città in lungo e in largo. Molto spesso si rimane nel quartiere, o meglio nel “Kiez“, un’area urbana autosufficiente con confini ben precisi. Più piccolo di un quartiere, più grande di un isolato, dove c’è tutto quello che ti serve. In più, quando si abita a Est, difficilmente si va nel “profondo Ovest”, nemmeno d’estate.

Però il mercatino di Breitscheidplatz è proprio di fronte al Bikini Berlin, un nuovo centro commerciale molto di moda dove sono già andato sotto Natale a cercare regali. Avrei potuto andarci anche quest’anno. Magari dopo gli acquisti sarei finito al mercatino a bere il Glühwein (brulé), attaccando bottone con chiunque come al solito, con la lingua sciolta dal vino caldo. Per una combinazione di circostanze fortunate è andata diversamente. Fabrizia, Daliya, Lukasz e le altre vittime, di cui quattro ancora senza un nome, sono stati molto meno fortunati. Che la terra sia loro lieve.