Nel 2016 in tutto il mondo 74 persone, tra giornalisti professionisti e non, sono state uccise mentre stavano lavorando per fare informazione. Un dato in calo rispetto al 2015, quando i morti erano stati 101. Ma secondo Reporters sans frontières, che come ogni anno ha stilato il rapporto, non c’è nulla da festeggiare. La diminuzione può essere in gran parte spiegata dal fatto che molti operatori dell’informazione non hanno avuto altra scelta se non lasciare i Paesi in cui stavano lavorando. In particolare è successo in Siria, Iraq, Libia, Yemen, Afghanistan e Burundi. Preoccupa anche l’evidenza che la maggior parte dei giornalisti uccisi erano vittime mirate. “La violenza contro i giornalisti è sempre più consapevole” ha detto Christophe Deloire, segretario generale di Rsf, “vengono chiaramente presi di mira e uccisi per il lavoro che fanno”.

Tra le 74 vittime, 57 erano giornalisti professionisti, 8 collaboratori dei media e 9 tra free-lance e blogger non professionisti. Il posto più pericoloso rimane la Siria, dove sono morti in 19 fra il 1 gennaio e il 10 dicembre. Il Messico invece è il paese più letale tra quelli in pace, con 9 vittime. In questi Stati, come anche in Afghanistan, Iraq e Yemen, i giornalisti sono costretti a convivere con la censura e il terrore, oppure a scappare. “Queste fughe massicce dalle zone più pericolose hanno creato buchi neri nell’informazione”, scrive Rfs. I morti sono per il 95% giornalisti del luogo: le redazioni sono ormai riluttanti a mandare i loro giornalisti a rischiare la vita all’estero.

“Questa situazione allarmante riflette il fallimento evidente delle iniziative internazionali per la protezione dei giornalisti”, ha denunciato il segretario generale Deloire. “Segnano la condanna a morte dell’informazione indipendente nelle zone in cui la censura e la propaganda, in particolare in Medio Oriente con i gruppi estremisti, vengono imposte con tutti i mezzi. Con l’arrivo di un nuovo segretario generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres, è urgente nominare un rappresentante speciale per la protezione dei giornalisti”, ha concluso Deloire.

Peggiorano invece i numeri nel 2016 per quanto riguarda i giornalisti in carcere o presi in ostaggio. Ad oggi infatti sono 348 nel mondo, con un aumento del 6% rispetto al 2015. Nel rapporto annuale stilato sempre da Rsf, spicca il caso della Turchia, dove il numero di professionisti incarcerati è cresciuto del 22%, quadruplicando dopo il fallito golpe del 15 luglio: sono 100 i giornalisti e i collaboratori dei media reclusi nelle carceri del paese, per 41 dei quali – secondo l’organizzazione – si può stabilire un legame diretto tra l’arresto e l’attività giornalistica. Oltre al paese del presidente Erdogan, Cina, Iran ed Egitto concentrano da soli i due terzi dei giornalisti incarcerati. Sono 52 invece quelli presi in ostaggio, tutti nelle zone di conflitto in Medio Oriente. Non sorprende che Siria e Iraq siano tra i paesi più pericolosi, dove l’Isis ne detiene 21.