Sembra quasi di tornare ai tempi di Silvio Berlusconi e delle sue gaffe, puntualmente minimizzate dal leader azzurro. Questa volta, però, a rivendicare di essere stato “frainteso” è Giuliano Poletti, ministro del Lavoro confermato dal neopremier Paolo Gentiloni al di là del flop elettorale dell’esecutivo Renzi il 4 dicembre. E già sotto accusa per aver evocato un voto anticipato in primavera, in modo da evitare – in base ai termini di legge – che si tengano i referendum della Cgil sul Jobs Act. Una nuova possibile tornata elettorale che, nel caso i quesiti vengano considerati ammissibili dalla Corte costituzionale l’11 gennaio, fa tremare il Partito Democratico. “Sono stato strumentalizzato. Ho solo detto una cosa ovvia. In caso di scioglimento anticipato delle Camere, il referendum dovrà essere rinviato. Ma noi non abbiamo nessuna paura dei referendum”, si difende Poletti.

Mezzo partito, però, si discosta dalle parole del ministro e rivendica la necessità di correzioni, soprattutto sul tema dei voucher. Anche in casa renziana: “La linea di Poletti è la linea di Poletti, non quella del Pd”, taglia corto Emanuele Fiano. “Boicottiamo i referendum? Ma per favore…”, replica e fugge via la vicesegretaria Debora Serracchiani. E anche il ministro Graziano Delrio si accoda: “Le elezioni anticipate dipendono dal voto del 4 dicembre, non bisogna avere paura dei referendum”. Al contrario, c’è chi, come il presidente Matteo Orfini, difende quella riforma che Renzi ha sempre sbandierato come un simbolo dei suoi mille giorni a Palazzo Chigi: “Io ho votato per il Jobs Act, se si votassero oggi i referendum non potrei votare contro la scelta che ho fatto”. E anche l’ex sottosegretario Nannicini blinda la legge: “Ha creato più dinamismo nel mercato del lavoro, è una riforma che va corretta e rafforzata”. Nessuno, però, intende esporsi. Né, soprattutto, scommettere sul risultato.