Il praticantato nello studio Previti, la presidenza della Hrg, gli incarichi dalla Asl di Civitavecchia, la strenua difesa di Paola Muraro. Prima ancora del caso Marra. Un crinale fatto di equilibrismi logici e mezze verità. E’ il filo lungo il quale Virginia Raggi si è mossa fin dai tempi della candidatura alle comunarie per tentare di schivare le opacità sulle quali l’opposizione, la stampa e lo stesso Movimento 5 Stelle le hanno chiesto di far luce.

Pensieri, parole, opere e omissioni. Le mancanze di Virginia Raggi riguardano soprattutto quest’ultima categoria. La prima risale a febbraio: aver dimenticato di citare tra le proprie referenze il praticantato svolto nello studio legale di Cesare Previti. Virginia ci arriva fresca di laurea, introdotta dal suo professore Alessandro Sammarco, fratello di Pieremilio, dello studio Sammarco e Associati, nel quale poi ha lavorato fino al giorno dell’elezione a sindaco. Quello dell’ex braccio destro di Silvio Berlusconi è un nome che per l’elettore del M5S rappresenta tutto ciò contro cui il movimento combatte, così nel suo curriculum per le elezioni comunarie Raggi non scrive nulla né sullo studio Sammarco, né fa menzione di quello di Previti. Nel curriculum del 2013 per le comunali cita, invece, il primo e scrive che nel 2003-2007 “svolge la pratica forense presso un noto studio legale specializzandosi in diritto civile”. Quello di Previti, appunto. “Non ho mai lavorato per lo studio Previti, ma ho svolto la pratica forense lì, al seguito di un mio docente di diritto dell’informatica”, il sofisma da azzeccagarbugli con cui si difenderà il 25 febbraio.

Nel curriculum mancava anche un’altra esperienza. Il 25 aprile Libero raccontava come l’avvocatessa sia stata per poco più di un anno, fra l’aprile 2008 e il settembre 2009, presidente del cda della Hgr, Holding Giuseppe Rojo, di Roma. Società di recupero crediti di cui era “azionista di maggioranza (80%) nonché amministratore delegato” Gloria Rojo, “per lunghi anni l’assistente di fiducia di Franco Panzironi“, braccio destro di Gianni Alemanno, finito anche in carcere per Mafia Capitale. Non solo: la coppia Panzironi-Rojo era già nota alle cronache per la Parentopoli con cui nell’era Alemanno nella municipalizzata dei rifiuti vennero assunti centinaia di dipendenti privi dei requisiti di legge. La Rojo infatti “era una delle assunte di quell’epoca”. “Non era un lavoro, era un incarico che ho svolto per lo studio Sammarco – conferma con un distinguo la Raggi il 26 aprile – tanto è vero che quando i rapporti tra lo studio e questa società sono cessati ho smesso questo incarico”.

Passano due mesi e il 17 giugno il Fatto Quotidiano mette sotto la lente d’ingrandimento un’altra opacità: due incarichi legali di recupero crediti per complessivi 13mila euro. Entrambi le erano stati affidati dall’Asl Roma F di Civitavecchia: il primo da 8mila euro risale al luglio 2012; il secondo da 5mila euro è invece datato luglio 2014, quando Raggi era già consigliera del M5S. Nei moduli prestampati compilati per l’amministrazione capitolina in virtù della legge sulla trasparenza, l’allora consigliera aveva dichiarato il primo incarico solo dopo aver ricevuto l’acconto di 1.878 euro, nell’ottobre 2015 (quando la legge imporrebbe di farlo subito, senza aspettare il pagamento), mentre non aveva mai dichiarato il secondo. Un’omissione che costerà alla sindaca un’inchiesta della procura di Roma per falso ideologico, poi archiviata. Ma il punto è politico: può l’esponente di un movimento che fa della trasparenza una delle proprie bandiere permettersi non non essere trasparente?

E’ la domanda che torna ad aleggiare sul capo della sindaca quando scoppia il caso Muraro. E’ il 4 settembre e i quotidiani riportano che l’assessore all’Ambiente è indagata dalla Procura di Roma per abuso d’ufficio e violazioni di norme sull’ambiente. Il nome dell’assessore figurerebbe nel registro degli indagati da circa tre mesi, ovvero prima della sua nomina: Non ho ricevuto nulla e non mi risulta nulla”, dice lo stesso giorno Muraro in un’intervista al Fatto Quotidiano, mentre nelle stesse ore Raggi si arrocca e affida al Corriere della Sera la difesa del suo assessore: “Mi ha garantito che non le è arrivato neanche un avviso di garanzia. Prima di giudicare vogliamo vedere le carte”.

Salvo poi cambiare versione neanche 24 ore dopo, dinanzi alla Commissione bicamerale d’inchiesta Rifiuti: “Conosco l’esistenza di un fascicolo a suo nome da fine luglio – afferma il 5 settembre la sindaca in audizione – tuttavia siamo in attesa di leggere le carte, per ora è solo un fascicolo”. “Non c’è alcun avviso di garanzia – spiega ancora – abbiamo fatto una valutazione in una riunione in cui era presente anche il capo di Gabinetto” e si era valutato che si trattava di una “contestazione troppo generica per capire di cosa stiamo parlando, non appena ci saranno maggiori informazioni prenderemo provvedimenti”. In ogni caso, dichiara ancora la sindaca, “nessuno ha mentito. Io non credo che nessuno mi abbia mai fatto la domanda sull’avviso di garanzia. Non c’è nessun avviso di garanzia”. L’avviso non c’era, ma l’assessora era indagata e Raggi lo sapeva. L’avviso arriverà all’avvocato della Muraro il 7 dicembre, con scarso tempismo il legale avverte la sua assistita il 12 e all’una di notte del 13  – giorno in cui l’attenzione dei media è monopolizzata dal neonato governo Gentiloni che ottiene la fiducia alla Camera – annuncia in un video su Facebook di aver “accettato le dimissioni dell’assessore”.

Il caso Muraro è finito, è il mood che si respira nel M5S, ora si cerca un nuovo assessore e poi si pensa a governare. Invece no, il 16 dicembre viene arrestato Raffaele Marra e crolla l’ultimo e più importante fortilizio nel quale la Raggi si era arroccata in Campidoglio, difendendo il funzionario contro tutto e tutti e ignorando gli avvertimenti arrivati dai vertici del movimento fin dai primi di settembre. Un crollo che ha minato alle basi la stabilità della stessa sindaca sullo scranno più alto di Palazzo Senatorio.