Un petroliere texano n.1 della diplomazia americana. Rampante conflitto d’interessi alla Casa Bianca. Bombe atomiche. Greggio. Geopolitica. Intrighi, denaro, spie, guerra. Nato sull’orlo del collasso. Non è una fake news, e nemmeno l’ultimo film politico-apocalittico in testa alla classifiche di Hollywood. No, è la realtà di queste ore, una versione aggiornata delle hegeliane “dure repliche della storia“.

È un fatto clamoroso che il presidente eletto degli Stati Uniti Donald Trump abbia scelto come Segretario al Dipartimento di Stato Rex Tillerson, 64 anni, Ceo del colosso energetico ExxonMobil. Con 75.300 dipendenti, una capitalizzazione di borsa di 370 miliardi di dollari, è la quinta azienda quotata più grande del mondo e la maggiore del settore petrolifero. Nel 1989 fu coinvolta nel disastro ecologico della petroliera Exxon Valdez nello Stretto di Prince William, in Alaska, più di 42.000 m³ di greggio inquinarono il mare per anni.

Entriamo in una nuova era. Dalla fine della Seconda Guerra Mondiale non s’era mai visto un simile stravolgimento della politica estera di Washington: uno dei massimi player di una gigantesca multinazionale Usa scuote la Casa Bianca con un mega conflitto di interessi (senza parlare di quello permanente e consustanziale del personaggio Trump).

In questo modo, puntando su quelli che negli anni 80 si chiamavano “petrodollari“, vengono rimessi in discussione i rapporti tra Stati Uniti e Russia; Stati Uniti, mondo Arabo e gli altri paesi petroliferi Opec e non-Opec; Stati Uniti ed Israele. La stessa tenuta della Nato è a rischio. L’Europa, che con Federica Mogherini responsabile Esteri Ue conta come il “due di picche“, resta in silenzio e subisce, schiacciata in mezzo. Diciamolo: la nuova politica estera filo-petrolifera di Washington gestita dall’amministrazione Trump potrebbe far scattare scintille e avere conseguenze imprevedibili nei centri mondiali di conflitto e crisi in Iran, Siria, Libia, Ucraina, paesi baltici e nei rapporti con Mosca e Corea del Nord, nazioni nucleari.

La scelta di Tillerson ha provocato un’ondata bipartisan di proteste in America non solo tra i democratici – che parlano di svendita della nuova Casa Bianca ai banchieri di Wall Street e alle lobby aziendali – ma anche tra i repubblicani. La reazione più violenta contro la prossima nomina del Ceo di ExxonMobil (sarà annunciata questa settimana) è del senatore John McCain, presidente del Senate Armed Services Committee, esperto di esteri ed ex candidato repubblicano alla Presidenza contro Obama nel 2008.

McCain ha ammesso a Nbc News di avere molte riserve e preoccupazioni sugli stretti legami del Ceo di ExxonMobil con la Russia. “Devo esaminare la nomina”, ha detto. “Dobbiamo dare il beneficio del dubbio al Presidente degli Stati Uniti, in quanto il popolo ha parlato. Ma Vladimir Putin è un teppista, un prepotente, un assassino; tutti quelli che lo descrivono in qualche altro modo, mentono”.

Pesante? Pesantissimo. E McCain è tra i massimi leader del partito che ha vinto le elezioni. Due mondi diversi: il pianeta Trump e l’altra America. Per i repubblicani “tradizionali” la Russia è – e resta – il nemico assoluto. La nazione che ha cercato di influenzare tramite hacker il voto dell’8 novembre. La potenza avversaria con tendenze espansionistiche e con immutata capacità atomica.

Massima allerta, quindi. Si prepara una fase nuova di rischi sistemici globali, cigni neri imprevisti dietro l’angolo. A tutto vantaggio di Vladimir Putin. L’abilissimo ex capo del Kgb che aspira a una Russia nazionalista, forte, imperiale come ai tempi dell’Urss, trova il massimo utile possibile dall’avere l’impresario di casinò alla Casa Bianca.

Ma fa comodo a noi europei quest’America trumpiana diventata scheggia impazzita sulla scena internazionale? Facile prevedere che in Italia la domanda avrà una risposta prevalente, con il “popolo” schierato per  Trump e per Putin: i populisti anti-sistema sono sempre in cerca “psicologicamente” di un “uomo forte”. Il punto è: come si fa ad evadere l’altra domanda, la più banale e terra-terra, ovvero se un uomo d’affari e manager di una corporation multinazionale Usa del petrolio è davvero una buona scelta nel ruolo di capo della diplomazia americana?

Basti ricordare qui, per chiudere, che un accordo gestito da Tillerson tra ExxonMobil e la Russia, tramite l’azienda petrolifera di stato Rosneft, è saltato proprio per le sanzioni imposte dall’amministrazione Obama in reazione all’annessione della Crimea nel 2014. Il contratto prevedeva la trivellazione offshore di un bacino petrolifero nell’Arctic Kara Sea, un affare da 500 miliardi di dollari. Poco dopo Putin ha premiato simbolicamente Tillerson conferendogli la medaglia per l’Ordine dell’Amicizia Russa, uno dei massimi onori che il paese concede agli stranieri.

Insomma, con un petroliere texano al Dipartimento di Stato, il tavolo della politica internazionale sta per essere ribaltato. Un poker pericoloso, giocato tra cyber-terrorismo e bidoni di greggio. Altro che Hegel: le dure repliche del populismo, e del profitto come motore del mondo.