Dal giacimento di Shah Deniz 2, in Azerbaijan, fino alle spiagge di San Foca, in Puglia. Si snoda lungo 3.500 chilometri il Corridoio Sud del gas, uno delle grandi opere su cui ha puntato la Commissione Junker. L’opera fa discutere sia per l’impatto reale che può avere sulle politiche energetiche europee (l’Oxford Institute for Energy studies- Oies – sostiene che solo nel 2025 ci sarà la stessa domanda di gas del 2010, quindi sovrapprodurre ora è inutile), sia perché sponsorizzata dall’Azerbaijan, un Paese in cui, secondo ong internazionali come Amnesty International e Platform Uk, si violano i diritti umani di chi prova ad opporsi alla famiglia Aliyev, al potere dalla nascita della Repubblica caucasica.

Si stima costerà 40 miliardi di euro e sarà, nelle intenzione, un rifornimento di gas alternativo a quello russo. Ammesso che la riserva azera regga, visto che la sua modesta capacità potrebbe esaurirsi nel 2021, come appuntato da Simon Pierani, dell’Oies. Bankwatch, rete di ong europee che monitora le attività delle istituzioni finanziarie, pubblica un rapporto dal titolo “Affari pericolosi – Chi approfitta del Corridio meridionale del gas?” (leggi il rapporto integrale) sulle aziende che lavorano a questa grande opera: “Nella sua corsa per costruire il Corridoio Sud, l’Ue ha accettato di sacrificare i controlli – scrive l’ong -. Questo potrebbe ritorcersi contro l’Unione”. Ricorda la ong che i tre tronconi del Corridoio Sud hanno un accesso semplificato a procedure di approvazione e a strumenti di finanziamento che attingono sia da fondi europei, sia da fondi privati, entrambi fondamentali per completare l’opera. I prestiti sono ancora tutti in fase di perfezionamento. E il 2020, data prevista per i primi rifornimenti di gas, è sempre più vicino.

Il più imponente contributo pubblico previsto riguarda la Tap, il tratto dalla Grecia all’Italia: vale 2 miliardi di euro e a erogarlo sarà la Banca europea degli investimenti, istituto a cui contribuiscono Paesi europei e Commissione (l’Italia detiene il 16% del capitale). Al momento, non è dato sapere quali garanzie esistano a fronte di tanto rischio. A quanto si apprende, se Tap non dovesse restituire i soldi, sono i Paesi attraversati dall’opera che dovrebbero pagare. Ma ancora nessuno lo ha detto chiaramente. Anzi, le dichiarazioni di Albania e Grecia sono state chiare: “Noi non pagheremo mai”. Altri strumenti per rivalersi sull’opera al momento non ce ne sono.

Si discute di un’aggiunta da 500 milioni che andrà erogata dalla Banca europeo per la Ricostruzione lo Sviluppo (Bers), istituto nato dopo la caduta del muro di Berlino a cui tra gli altri contribuiscono l’Europa (Italia compresa), gli Usa e l’Australia, cui spetta il compito di raccogliere un altro miliardo, sempre per Tap, da banche private. Per il tratto turco, gli aiuti pubblici previsti sono un miliardo dalla Bei, un miliardo di dollari dalla Banca Mondiale e altri 600 milioni di dollari dalla Banca Asiatica per le infrastrutture e lo sviluppo.

Ma chi realizzerà le commesse più importanti di quest’opera definita da Bankwatch “la più acclamata d’Europa”? Nell’elenco delle aziende aggiudicatarie ci sono alcuni delle più grandi compagnie di oil&gas del continente. Molte di queste hanno avuto, in passato, problemi per corruzione internazionale, tanto che l’ong chiede: “Le banche europee possono assicurare che fino adesso è stata fatta un’adeguata due diligence delle aziende coinvolte?”. E fa l’analisi della situazione in Italia, Grecia e Turchia, tre Paesi chiave per il gasdotto.

In Italia il caso principale riguarda Saipem, la controllata di Eni e Cassa depositi e prestiti, che si è aggiudicata nell’aprile 2016 un appalto per la costruzione di un tratto del gasdotto dall’Albania all’Italia. La società è ancora in causa per una presunta tangente da 198 milioni di euro offerta all’ex ministro dell’energia algerino Khelili e ai suoi collaboratori. Il fascicolo giudiziario più delicato che riguarda la società del cane a sei zampe riguarda invece una presunta maxitangente che Eni avrebbe pagato in Nigeria per ottenere il giacimento Opl 245. La procura di Milano ancora sta indagando, mentre a Londra la società è a processo.

C’è poi Renco, altro colosso dell’Oil&Gas che costruirà per Tap il terminale del gasdotto, in Puglia. L’ex direttore finanziario della società, Davide Ripesi, ha patteggiato, in febbraio, un anno e quattro mesi di reclusione per una presunta tangente pagata al figlio del presidente di Zanzibar per ottenere l’allargamento della concessione di terreno dove la società ha realizzato un resort di lusso. Non ci sono solo le big del settore nel report di Bankwatch. Anche Sicilsaldo, impresa siciliana di costruzione e progettazione, finisce sotto osservazione. Si è aggiudicata un appalto in Albania insieme a Gener 2, azienda locale di costruzioni di proprietà del chiacchierato Bakshim Ulaj, terzo uomo più ricco d’Albania: insieme alla famiglia è sotto inchiesta per aver essersi appropriato di terreni utilizzando delle certificazioni di proprietà contraffatte. Angelo Brunetti, padre dell’attuale direttore Emilio, a cui ha lasciato la guida dell’azienda nel 2008, secondo un’informativa dei Ros sarebbe “soggiogato da Cosa Nostra”. Avrebbe anche pagato il pizzo, come raccontato da lui stesso nel processo Iblis, nel 2013, “per evitare problemi”.

L’Italia è il principale partner commerciale europeo dell’Azerbaijan, il Paese che fornirà il gas del Corridoio Sud. I rapporti tra Roma e Baku sono particolarmente stretti dal 2013. Da allora l’Azerbaijan ha comprato Palazzo Turati a Milano, sede della Camera di Commercio; ha finanziato il restauro delle Catacombe di SS. Marcellino e Pietro e la Biblioteca apostolica vaticana e partecipa al restauro dei Fori Imperiali e dei Musei capitolini. Ora l’opera più importante che riguarda i due Paesi è proprio il Tap.

I rapporti tra Roma e Baku sono al centro della graphic novel curata dalla ong Re:Common “L’Alleato azero”. Tra i personaggi, c’è Rasul Jafarov, un avvocato per i diritti umani di 31 anni incarcerato dal 2 agosto 2014 al 17 marzo 2016 con le accuse – false secondo Amnesty International, Human Rights Watch e altri gruppi internazionali – di attività illecite, evasione fiscale e abuso di potere. “In Azerbaijan c’è un enorme problema di trasparenza – spiega a ilfattoquotidiano.it -. Non è possibile sapere quanto si spende per fare lobby in Italia e in Europa, né da dove provengono i soldi”. Secondo l’associazione di Jafarov, sono 119 i prigionieri politici in Azerbaijan. Visitare il Paese per un giornalista europeo, però, non è semplice. Esiste una vera e propria lista di “persone non grate” a cui è ormai vietato entrare a Baku. Sono in tutto 223, di cui 45 italiani. I nomi più noti sono quelli della giornalista Milena Gabanelli e del neo ministro dell’Interno francese Bruno Le Roux. Per entrambi, il titolo di persona non grata è dovuto alla visita del Nangorno-Karabakh, zona contesa tra Armenia e Azerbaijan dove è in corso dal 1994 un conflitto a bassa intensità, per cui si è ricominciato a sparare nell’estate 2016.

LA PRECISAZIONE DI RENCO SPA: “NOI NON IMPUTATI, MA PARTE OFFESA”

Renco Spa è estranea ai fatti citati e relativi al procedimento penale che riguardavano l’ex direttore finanziario per i fatti risalenti al 2006. In questo procedimento giudiziario la Renco Spa non è mai risultata imputata, anzi la Procura di Milano ha incluso la Renco nell’elenco delle parti offese”, scrive in una nota Renco Spa.