Società Civile: oggi si dice con fastidio che sia espressione abusata. Ma allora, trent’anni fa, non lo era affatto. A quel tempo, anzi, planò come uno sparviero su un ceto politico impreparato. Aveva lavorato bene, il sistema di Tangentopoli a Milano. Aveva messo tutti d’accordo intorno a un’idea di politica e di potere, redistribuiva i suoi benefici tra maggioranze e opposizioni, occupava ospedali e scuole, cooperative e sindacati, corporazioni e bocciofile, redazioni e associazioni culturali. Finché spuntò quel circolo milanese con quel nome (Società Civile, appunto) e quello slogan: “Dare voce alla società civile, fare più civile la società”. Lo fondarono cento personalità cittadine, dell’università e della magistratura, del giornalismo e delle professioni, dell’imprenditoria e della scuola, dell’arte e del commercio. C’erano anche uomini di chiesa, primo fra tutti padre David Maria Turoldo. C’erano molti dei magistrati che pochi anni dopo avrebbero contestato con la legge e non con l’impegno civile l’élite dei corrotti o combattuto la mafia “inesistente a Milano”: Piercamillo Davigo e Gherardo Colombo, Ilda Boccassini e Armando Spataro. E insieme, i fondatori, si inventarono una norma statutaria che fece imbestialire i partiti politici: non ne avrebbero potuto far parte parlamentari o consiglieri comunali o dirigenti di partito. Venne cioè affermato il principio della divisione dei ruoli, che il potere disconosceva con innocente tracotanza.

Ne nacque anche, nel dicembre dell’86, un mensile formato soprattutto da ragazzi, che fece per anni quel che non facevano i professionisti dell’informazione. Inchieste sulla corruzione prima che arrivassero i giudici di Mani Pulite, analisi di costume, l’urbanistica, l’immigrazione, la denuncia della presenza mafiosa. Andando a vedere i problemi sul campo. Fu una ventata di anticonformismo che fece scuola a Milano ma anche in Italia. Milano scoprì l’orgoglio di sapersi ribellare, di sapere difendere certi valori e principi indipendentemente dalla casacche politiche di ciascuno. Se ne parlerà stasera all’Ostello Bello di via Medici alle 21, festeggiando l’uscita del libro curato da Gianni Barbacetto e dal sottoscritto, “L’assalto al cielo. Storie di Società civile e di lotta alla corruzione”, edito da Melampo. Saranno presenti molti dei protagonisti dell’epoca. E tuttavia non sarà solo un bellissimo amarcord. Sarà pure un’occasione per interrogarsi sulle ragioni per cui oggi la borghesia delle professioni e degli intellettuali dimostri a Milano una propensione tanto più bassa ad assumersi le proprie responsabilità. Perché sia così restia a entrare sul campo di battaglia. E sia frenata invece dal timore sacro di “fare il gioco dei grillini”, finendo così, di fatto, per consegnare a Beppe Grillo e al suo movimento il monopolio di battaglie -istituzionali, di decenza pubblica- che un giorno essa considerò sacrosante.

Davvero bei tempi quelli in cui Giorgio Bocca e Giampaolo Pansa, Camilla Cederna e Paolo Murialdi, Guido Martinotti e Gina Lagorio sentivano il piacere e il dovere di opporsi a un potere denso di arroganza, anche a sinistra, senza retrocedere di fronte ai fantasmi dei barbari che avrebbero potuto trarre vantaggio dalla loro parola o azione di verità. Per questo oggi la lezione di “Società Civile”, con la sua irripetuta combinazione di celebrità e di ragazzi sconosciuti, si erge come un insegnamento in uno scenario dove il calcolo o il conformismo tendono a fare strame di una intelligenza civile che pure esiste. Che cosa è successo a Milano? Perché i suoi ceti istruiti e progressisti non sono più in grado di alzare la testa sulle fondamentali questioni di principio, ammutoliti dal tabù di Salvini o dallo spauracchio di Grillo? Perché, insomma, una borghesia cosmopolita e colta ragiona come i ceti rurali democristiani davanti al pericolo comunista negli anni cinquanta? Come si vede, ce n’è abbastanza per ricordare i trent’anni di quel mensile ribelle. Ma anche per discutere insieme. Meditate, gente, meditate.