Il cheerleading diventa sport e potrà arrivare anche alle Olimpiadi. Non è uno scherzo ma una possibilità che potrebbe diventare realtà per le Olimpiadi di Tokio 2020. La decisione del Cio, il Comitato Olimpico Internazionale, di far diventare questa disciplina uno sport (assieme al Muay Thai, la boxe Thailandese) ha scatenato polemiche e mille ironie.

Queste ultime ci parlano di code davanti agli uffici dei vari comitati olimpici composte dai rappresentanti degli sport più improbabili che vorrebbero, anche loro, avere una chance olimpica. Giocatori di bocce, bowling, biliardo a 5 birilli per non esagerare, ma c’è chi fa la gara a chi orina più lontano o gioca al Palo della Cuccagna e al toro meccanico.

La decisione è provvisoria e, al momento, comporta solo il riconoscimento dello status di sport associato a un finanziamento di 25mila dollari annui per un periodo di prova di tre anni. L’iter per il riconoscimento definitivo e l’approdo alle Olimpiadi non è certo ma non è nemmeno da escludere che Tokyo decida in autonomia di accogliere queste due discipline alle gare. Passi il Muay Thai che è comunque un tipo di lotta, per il cheerleading occorre fare una riflessione visto che si tratta di una spettacolarizzazione del tifo.

Chiunque mi stia leggendo starà già immaginando, sin dalla prima riga, un gruppo di avvenenti ragazze che si agitano con indosso degli abitini colorati nel mezzo di un campo di football o basket. Esattamente quello che in America fa registrare un giro di 4,5 milioni di praticanti e 100 federazioni. Il peso di questi numeri può già rispondere alla domanda iniziale. Perché proprio il cheerleading? Se al quesito economico associamo quello “spettacolare”, possiamo concludere che la probabilità di avere delle belle “atlete” armate di pon pon a giocarsi delle medaglie olimpiche è una solida realtà direbbe Roberto Carlino.

Anche l’occhio vuole la sua parte e in un’epoca dove l’immagine conta si deve considerare anche questo. Attenzione però, perché ovviamente avremo anche i cheerleader maschi che un po’ meno belli saranno, quantomeno per me. Saranno contente le donne ma, ammettete che fa un po’ strano immaginarli. La storia di questo nuovo sport ci dice però che, essendo nato alla fine dell’800, fu creato da un uomo e praticato inizialmente da uomini.

Pare che il 2 novembre 1898 sia il giorno della nascita del cheerleading organizzato. Suo inventore fu lo studente Johnny Campbell che diresse il tifo del pubblico di un incontro sportivo. Poco dopo l’università del Minnesota organizzò una squadra composta da sei studenti maschi, che continuarono a usare i cori di Campbell, uno dei quali faceva più o meno così: “Rah, Rah, Rah! Ski-u-mah, Hoo-Rah! Hoo-Rah! Varsity! Varsity! Varsity, Minn-e-So-Tah!”.

La grazia femminile arriverà qualche anno dopo, nel 1923 circa, e da allora il cheerlading cominciò a diventare sempre più uno sport al femminile (a oggi le donne sono il 97% dei praticanti).

Tra una protesta e l’altra possiamo solo vedere che succederà, ma assistere a uno spettacolo, chiamiamolo così, di cheerleader è comunque un bel vedere. I più grandi accusatori del Cio lanciano questo paradosso, per la prima volta nella storia olimpica il tifo diventerebbe sport, scandaloso. Non so ma io sono ancora più paradossale e immagino tanti uomini che iniziano a cullare il sogno a cinque cerchi. Sono pochi, c’è poca concorrenza e gli basta indossare una tuta attillata e variopinta, procurarsi dei pon pon (su internet se ne trovano di ogni tipo) e allenarsi. Li vedo già, provare passi improbabili in garage con Cheerleader, la hit di OMI di un paio d’anni fa, a palla. Cosa si farebbe per una medaglia.