Ibrahim Halawa, cittadino irlandese di origine egiziana, è stato arrestato al Cairo nell’agosto 2013, quando aveva 17 anni. Accusato ingiustamente di aver preso parte a scontri con le forze di sicurezza, rischia la pena di morte. Il governo di Dublino non riesce a riportarlo a casa. Ora ha 21 anni. Il 29 novembre 2016 ha inviato dalla prigione di Wadi el Natroum questa lettera alla sua madrepatria:

“Cara Irlanda, non so veramente cosa dire. Mi hanno strappato a te da così tanto tempo. Mi manchi profondamente. Io non capisco, davvero non capisco perché mi abbiano portato via da te.

Quando ero piccolo mi hai insegnato a vivere, ad amare e a prendermi cura degli altri. Ma mi hanno portato via da te prima che potessi insegnarmi a lottare, a difendermi dal male e dall’odio.

Quando ero piccolo correvo da te ogni volta che ero triste e avevo bisogno di lamentarmi di problemi che mi sembravano enormi: quella volta che mamma rimandò di comprarmi l’ultima versione della PlayStation mentre tutti i miei amici già l’avevano avuta; o quella sera in cui non potei restare fuori fino a tardi; o quella volta che capii che gli esami della scuola secondaria erano più difficili di prima; o quel giorno in cui m’innamorai per la prima volta.

Ricordi quando correvo da te in lacrime perché un bambino mi aveva urlato “torna nel tuo paese” e tu, come sempre, piangevi pioggia e io ero così sollevato perché così condividevamo le lacrime?

Adesso che sono cresciuto lontano da te e che mi hanno impedito di parlarti, ora che i problemi che avevo da bambino si sono rivelati una piccola goccia nell’oceano, da chi posso correre a lamentarmi?

Irlanda, ho davvero bisogno di te, di raccontarti come un essere umano goda a torturare un altro essere umano, di parlarti dell’ingiustizia continua, dell’oppressione, dell’uccisione di innocenti.

Quanto vorrei camminare sulla sabbia della spiaggia di Bray, urlare libertà dall’alto delle scogliere di Moher, essere abbracciato stretto dalla pioggia dei tuoi boschi, sentirmi di nuovo sicuro, ricevere il sorriso di quel conducente di autobus che neanche mi conosceva.

Irlanda, io devo lamentarmi con te a proposito delle persone per cui i miei genitori hanno votato, che avrebbero dovuto proteggermi in ogni luogo della terra e sotto ogni cielo, e che invece non riescono a riportarmi da te.

Ora so che non stai piangendo lacrime di pioggia per me. Stai piangendo per come il mondo mi considera.

Un’ultima cosa, Irlanda: ti prego, se dovessi morire lontano da te portami via da loro e seppelliscimi nella tua terra per sentire le lacrime del tuo addio”.

(traduzione dall’originale inglese pubblicato dall’Independent)