“La cosa più difficile è continuare a parlare del film. Quando completi un’opera non ti rendi subito conto di quello che hai fatto, ed è molto bello quando capisci cose nuove del film, magari leggendo un’analisi o un commento di qualcuno, o quando ti ritrovi a dover rispondere alle domande dei giornalisti”. È passato quasi un anno, ormai, dalla vittoria dell’Orso d’oro dello scorso febbraio al Festival di Berlino, ma Gianfranco Rosi continua ad accompagnare il cammino di Fuocoammare in giro per il mondo e per l’Europa.

Europa che proprio ieri sera, a Wroclaw in Polonia, l’ha premiato come miglior documentario dell’anno alla 29° edizione degli EFA, gli European Film Awards. Proprio nel giorno in cui si celebrava la Giornata Mondiale dei Diritti Umani: “Eppure viviamo in un mondo dove ancora si erigono barriere, si alzano di continuo voci di intolleranza contro i migranti e i nostri governi dimenticano i loro doveri”, ricorda Rosi, che in settimana farà ritorno negli States per seguire la corsa verso gli Oscar del docufilm, già entrato nella shortlist dei 15 documentari in lizza per la cinquina finale e, inoltre, in attesa di sapere se inserito nella shortlist dei migliori film in lingua straniera.

È da poco terminata la cerimonia di premiazione, Rosi incontra la stampa italiana su un divanetto del bellissimo National Forum of Music di Wroclaw, ma prima di congedarsi ricorda di condividere, telefonicamente, la gioia per il premio appena ricevuto. E fa il numero di Pietro Bartolo, il medico lampedusano sempre in prima linea per quello che riguarda il soccorso dei migranti. È mezzanotte inoltrata, ma è giusto così: perché Fuocoammare, e i conseguenti riconoscimenti che continua ad ottenere, non è solo, semplicemente, “un film di Gianfranco Rosi”.
Fuocoammare è Lampedusa, i lampedusani e i migranti. “E sono personaggi, persone, che non lasci mai. Certo, finito il film si interrompe inevitabilmente quel contatto quotidiano, profondo, continuo. Ma si interrompe solo in superficie, perché dentro di me ci sono sempre”, dice Rosi. Che è già proiettato al prossimo progetto, senza svelare però nulla, a parte che non sarà ambientato in Italia.

“In America abbiamo già avuto un’ottima accoglienza, di critica e pubblico: chissà, magari considerano il film come una metafora di quello che accade al confine tra Stati Uniti e Messico”, dice ancora il regista, che riporta anche la preoccupazione dei cittadini statunitensi in seguito all’elezione di Donald Trump: “Beh, le dichiarazioni fatte a suo tempo dall’attuale Presidente non lasciavano spazio all’immaginazione, si parlava di alzare muri”. Ma in Europa le cose non sembrano essere migliori: “Credo ci sia un’assenza totale da parte dell’Unione Europea. Se l’unica politica è quella delle barriere nei confronti dei migranti credo di poter dire che ci sono pochissime speranze. C’è un momento, in Fuocoammare, in cui si sente il grido degli immigrati provenire dalle onde. Dove siete, qual è la vostra posizione?, chiede loro la Guardia Costiera: ecco, dovremmo iniziare a chiedere a noi stessi, a noi Europa, qual è la nostra posizione?”.