A meno di 48 ore dal risultato del referendum costituzionale – con il record nazionale del No al 72,22 per cento – in Sardegna arrivano le “decisioni profonde” annunciate subito dal presidente della Regione, Francesco Pigliaru schierato per il Sì. È l’ora del rimpasto in giunta, rinviato da tempo. Escono due esponenti, uno dietro l’altro anche se per motivi profondamente diversi. Il primo è l’assessore alle Riforme Gianmario Demuro, costituzionalista, sul fronte del Sì dai primi mesi di campagna. Segue l’assessora all’Agricoltura, Elisabetta Falchi, in quota Rossomori (sigla indipendentista di sinistra): un passaggio, o meglio un ritiro, che sancisce un riposizionamento in chiave sovranista del partito guidato da Gesuino Muledda. I Rossomori, che hanno guadagnato il 2,63 per cento alle ultime elezioni regionali del 2014, non fanno più parte della coalizione che ha portato alla vittoria di Pigliaru a febbraio 2014 . Niente assessore e via anche i due consiglieri regionali: diventano ex alleati. Nel tardo pomeriggio è stata poi diffusa la comunicazione istituzionale del presidente Pigliaru che assume ad interim entrambi gli assessorati.

Il dilemma dell’Autonomia

L’addio di Demuro, ordinario di Diritto Costituzionale all’Università di Cagliari, è accompagnato da parole sobrie, tornerà agli impegni accademici. La sua scelta è personale, dopo l’esito referendario, per via di una “battaglia che ho voluto combattere sino in fondo”. E ancora: “Io sono un tecnico, il presidente è stato eletto dal popolo ed è cosa ben diversa. Da tempo – confessa – avevo manifestato la decisione di lasciare e tornare ai miei studi. Ora, dopo alcuni passaggi burocratici, lo potrò fare. Ribadisco: è una scelta personale, sono in sintonia con il presidente e con lui c’è sempre un rapporto di fiducia”. Gli fa eco Pigliaru con reciproca fiducia e stima. Demuro, da costituzionalista, ha sempre difeso la riforma targata Boschi anche per quanto riguarda lo scivoloso nodo dell’Autonomia su cui in gran parte si è basata la campagna referendaria del No. L’assessore ha sempre scacciato il timore che la riforma potesse portare a una ridefinizione delle competenze a svantaggio dell’Isola e della sua storia autonomistica.

Il nodo è, o meglio era, legato al nuovo articolo 117 laddove prevedeva che un numero di materie finora concorrenti diventassero competenza esclusiva dello Stato. Una sorta di clausola di supremazia tra Stato e Regioni che valeva per tutte, tranne le cinque a Statuto speciale, e questo in virtù delle disposizioni transitorie. Tutto chiaro, quindi? Autonomia salva? No, perché in mezzo avrebbe dovuto esserci la riscrittura degli Statuti speciali. E questa incertezza, e la poca fiducia di negoziazione successiva con lo Stato è stata cavalcata dai sostenitori del No, riuniti in un apposito comitato. Roba da fini giuristi con sullo sfondo le questioni ambientaliste, le servitù militari e anche il timore – rinfocolato a cicli alterni – che arrivino nell’Isola le scorie nucleari.

Voci e dissensi in una Sardegna che vive una stagnazione economica in cui le vertenze irrisolte del Sulcis e del polo di Porto Torres si trascinano da anni. Il tutto al di là della contestazione all’interno del Partito democratico che naviga a vista, retto a un garante nazionale dopo le dimissioni Renato Soru. L’attesa del referendum è finalmente passata, prossimo appuntamento il congresso di febbraio. E ancora le strategie sono in fase di definizione.

Lo smarcamento dei ‘piccoli’

Rossomori, con l’uscita dalla maggioranza, fanno un’operazione politica e strizzano l’occhio alla galassia indipendentista e sovranista, a partire dal Partito sardo d’azione e da Progres. La loro è una lettura alternativa del risultato del referendum in Sardegna. Non solo la bocciatura del governo Renzi, il No sarebbe il segno di un desiderio di Autonomia inespresso o non realizzato. L’assessora all’Agricoltura, Elisabetta Falchi, segue il suo partito e in una lettera aperta spiega: “Ho deciso di farlo, per correttezza, per coerenza”. Ringrazia la giunta ma aggiunge dettagli su uno scenario di “stanchezza e un certo isolamento in alcuni frangenti difficili; così come, per lealtà, non ho mai nascosto la mia contrarietà ad alcune scelte operate dalla Giunta”.

Il partito punta dritto al presidente della Regione, Francesco Pigliaru, e al progetto di governo: “È stata sbagliata la sintesi e siamo davanti a un corto circuito complessivo e – osserva Muledda – a una cultura neoliberista e centralista, sublimata nel referendum. Il presidente forse crede di essere investito della capacità di decisione sovrana e quindi di non sbagliare e dice che la politica è sporca e quindi che il Consiglio è sporco e anche i partiti, coltivando populismi a basso costo”.

Un’uscita non pacifica a cui risponde il presidente della Regione con una nota: “Trovo a dir poco ingenerosa la faciloneria con cui un partito che ha avuto uno dei settori più strategici del governo regionale tenti di sottrarsi alle proprie responsabilità con accuse generiche, false e malevole verso tutto e verso tutti”. Pigliaru rispedisce al mittente le accuse di populismo e fa il sunto della condotta degli ex: “La collocazione all’opposizione di un partito come i Rossomori che si è caratterizzato per contradditorietà dei comportamenti, insufficienza dell’azione politica e dei contributi all’azione di governo, rappresenta, a questo punto, una opportuna semplificazione del quadro politico”. Per ora niente nomi nuovi in vista quindi, resta da assestare la maggioranza che aveva già perso Rifondazione comunista a ottobre in vista del referendum. E da capire se il sasso lanciato dai Rossomori avrà un seguito concreto, mentre un’altra componente indipendentista della coalizione, il Partito dei sardi, dà qualche segnale di malumore.