Barack Obama non andrà ai funerali di Fidel Castro e Donald Trump ha definito il leader della rivoluzione Cubana un dittatore. A Cuba le aspettative riguardo all’accordo con gli Stati Uniti sono basse, ma lo erano anche prima di questi eventi. Nessuno crede che le cose cambieranno radicalmente o rapidamente. Dopo quasi 60 anni di comunismo e un blocco commerciale che ha quasi strangolato l’economia dell’isola, le speranze sono poche.

Nessuno può pero negare l’impatto positivo che la ripresa, anche se timida, delle relazioni con gli Stati Unita sta avendo sull’economia nazionale. Negli ultimi anni le rimesse provenienti dalla diaspora cubana in America sono arrivate a 3,4 miliardi di dollari, si tratta di soldi che entrano in circolo nell’economia nazionale, una cifra superiore al totale delle esportazioni che nel 2010 ammontavano a $1,92 miliardi. Ma non basta, i cubani hanno ricevuto dai parenti negli Stati Uniti circa 3,5 miliardi di dollari in merci, dalle scarpe ai vestiti, dalle TV ai computer. All’aeroporto de L’Avana è normale vedere i cubani americani in vista caricare sui carrelli valigie stracariche e pacchi enormi pieni di ogni tipo di prodotto che scarseggia nell’isola.

Nonostante gli accordi e le prime navi da crociera americane che attraccano al porto de L’Avana, l’embargo commerciale perdura e gli Stati Uniti rimangono un partner minuscolo, appena l’1,54 per cento delle importazioni di Cuba approda in America distante meno di 200 chilometri di mare aperto. Anche se geograficamente gli Stati Uniti sarebbero il partner commerciale ideale di Cuba, la geopolitica impedisce questo connubio.

Diversi sono invece i rapporti con la Cina, negli ultimi anni Pechino è diventata il secondo più grande partner commerciale di Cuba dopo il Venezuela, che ormai si trova impantanato in una profonda crisi economica. Cuba, bisogna ricordare, è stato il primo paese dell’America Latina a stabilire relazioni diplomatiche con la Cina nel 1960, ma negli anni i rapporti non sono stati facili. Quando la Cina ha ridotto le esportazioni di riso a Cuba, ad esempio Castro ha accusato Pechino di appoggiare l’embargo degli Stati Uniti.

Il ruolo che la Cina gioca nell’economia cubana è anche maggiore di quello della Russia, uno dei pochissimi paesi che i cubani possono visitare senza visto. Nel 2015 il volume degli scambi cinesi è stato pari a 2,2 miliardi di dollari, secondo solo alle rimesse della diaspora, mentre quello del commercio russo è stato di appena 115 milioni di dollari.

Nella settimana in cui si celebra la morte di Fidel Castro l’influenza cinese a Cuba è ben visibile. Tra la sgangherata flotta di autobus che attraversano la capitale e l’isola fanno bella vista i nuovi autobus del gruppo cinese Zhengzhou Yutong. I turisti viaggiano solo su questi, ed infatti Yutong ha fornito all’industria del turismo cubana oltre il 90% degli autobus turistici che scorrazzano centinaia di migliaia di stranieri da un capo all’altro dell’isola.

Ed a Cuba sono anche comparsi i turisti cinesi. Air China Ltd., compagnia statale, ha iniziato il trasporto di passeggeri da Pechino a L’Avana con scalo a Montreal, tre volte alla settimana. I turisti cinesi contribuiscono a ripagare un investimento di 460 milioni di dollari nel settore turistico dell’isola. L’influenza della Cina si nota anche presso i bancomat che accettano le carte di credito dalla Cina UnionPay Co-e su internet, ancora in fase embrionale a Cuba; la rete usufruisce di attrezzature prodotte dalla Huawei Technology.

Con o senza la presenza americana Cuba continuerà a cambiare ed il modello cinese di un’economia mista che si evolve lentamente rimane quello vincente. Nel 2010, Raul Castro fratello minore di Fidel e nuovo leader, ha iniziato il processo di apertura, allentando le restrizioni sulle piccole imprese, ristoranti, negozi e case dove i turisti posso risiedere. Il processo, come quello cinese, ha subito qualche battuta d’arresto per evitare che si verificassero distorsioni, siamo ancora lontanissimi dal sistema capitalista, lo Stato controlla gran parte dell’economia e regola i prezzi, tutti calmierati. Ma il cambiamento si sente nell’aria e la morte di Fidel, strenuo oppositore della transizione  potrebbe facilitarla. E’ quello che pensano i mercati. Lunedì scorso, all’apertura delle borse dopo la morte del comandante massimo, le quotazioni dell’unico fondo che investe a Cuba sono salite del 9,4 per cento.

La retorica anti-Cuba di Trump a quasi 60 anni dalla rivoluzione cubana difficilmente danneggerà l’isola, Cuba è una degli ultimi paesi dove il vento della globalizzazione non è ancora arrivato, dalle infrastrutture al turismo, dalla tecnologia alla produzione di tabacco, l’isola ha bisogno di ingenti investimenti e nel mondo ci sono grandi capitali in cerca di questo tipo di opportunità. Senza Fidel chi vorrà tentare quest’avventura si sentirà più tranquillo.

cuba-wsj-675