A pochi giorni dal referendum è ormai stato detto tutto, ed ogni commento ulteriore può sembrare forse superfluo. Io vorrei però sottolineare un aspetto del dibattito che credo preoccupante, e che ha sotteso molte delle argomentazioni fin qui avanzate senza mai emergere completamente. Ed è la peculiare idea di progresso su cui si basa una parte di tutta la campagna per il Sì. Ci è stato detto che le sfide del mondo globalizzato ci obbligano a sveltire le procedure decisionali. Non si può perdere tempo a discutere, bisogna rispondere rapidamente a ciò che avviene nei mercati internazionali. Viviamo in un mondo veloce, e dobbiamo adeguarci, modificando un assetto istituzionale che ereditiamo da un’altra epoca.

I sostenitori del No solitamente rispondono elencando tutte le leggi che sono state approvate in pochi giorni, e argomentando quindi che ciò che rallenta l’iter legislativo non è tanto da ricercare nella struttura delle due camere, quanto piuttosto nelle dinamiche partitiche. Ed io sono anche parzialmente d’accordo. Vorrei però fare un passo indietro. Prendiamo anche per buono ciò che dicono quelli del Sì, cioè che con il superamento del bicameralismo perfetto si sveltirà notevolmente il procedimento legislativo. È davvero possibile sostenere che ciò che occorre per rispondere alle sfide sociali ed economiche di questo secolo sia semplicemente una maggiore velocità nelle decisioni? Questo è in sostanza l’argomento forte del Sì. Tutta la retorica sul cambiamento storico si basa esattamente sulla promessa di consegnare agli italiani, attraverso questo referendum, un’Italia nuova, più forte, più pronta.

Sì, ma pronta a fare cosa? Io credo che qui ci troviamo di fronte ad un’incredibile banalizzazione del concetto di politica nell’era della globalizzazione. Una sorta di riduzione della politica a una scienza meccanica. L’apparecchio va a rilento, si inceppa, e quindi chiamo un tecnico che lo rimette a nuovo. Il concetto, a quanto pare, è che ci sono delle cose che dovremmo fare per crescere – socialmente ed economicamente – ma che non riusciamo a fare perché siamo troppo lenti. Nessuno dei sostenitori del Sì spiega però quale sia il programma politico che questo referendum dovrebbe sbloccare. E nessuno lo spiega semplicemente perché non c’è.

L’Europa non è più in grado di sostenere il lavoro come avveniva nel secolo passato. Siamo entrati in aperta competizione con altri mercati che prima non ci si contrapponevano direttamente, e che hanno costi di produzione talmente bassi da spiazzarci. Ciò ha da un lato avuto l’effetto positivo di livellare alcune disuguaglianze internazionali, ma dall’altro ha trascinato le economie un tempo più floride in una corsa al ribasso in cui continuano ad annaspare. Inoltre la crescita economica non è più da tempo legata proporzionalmente a una crescita dell’impiego. Basta pensare a cosa porterà il rapido processo di robotizzazione che ormai è inarrestabile sia nel settore produttivo che in quello dei servizi. Il welfare così come lo conoscevamo non esiste più, è sempre più difficile trovare risorse per finanziarlo. Ci trasciniamo dietro colossali debiti pubblici che in un modo o nell’altro dobbiamo gestire. Tutto questo nel momento in cui ci rendiamo finalmente conto che dobbiamo cercare un nuovo modello energetico. Non c’è un chiaro piano per la ricerca e l’innovazione. Una quantità enorme di giovani è in fuga. Riemerge la povertà più estrema. E tutto ciò crea una frizione democratica che mette a rischio l’equilibrio internazionale – vedi Brexit e il proliferare di movimenti estremisti.

Con tutta franchezza, come si fa a dire che il passaggio fondamentale per il rinnovamento, quello così rilevante da indurre addirittura un presidente del Consiglio a subordinare al suo esito la continuazione della sua stessa azione di governo, quello così determinante da porlo in termini di confronto tra rinnovamento e passato, sia l’eliminazione di una camera e il taglio di qualche senatore? Nonostante viviamo in un’epoca in cui tutto è accelerato, la sfida politica non è oggi quella di una gara di Formula 1 in cui chi cambia il pneumatico in meno secondi vince. È piuttosto quella di un lungo e difficilissimo rally in cui bisogna essere bravi a tracciare percorsi alternativi per continuare a restare in pista. Questo è quello che a me preoccupa di più di questa campagna elettorale. Che si sia scelto di semplificare a tal punto il concetto di progresso da legarlo semplicemente a quello di velocità, senza mai parlare delle sfide vere. Così è abbastanza facile presentarsi come innovatori.