Fin dall’inizio del suo mandato governativo Renzi ha fatto del “pragmatismo” e del decisionismo il suo punto di forza, e inizialmente gli ha fatto gioco perché un premier così giovane e così abile ad inquadrare la necessità del “fare”, e a comunicarlo alla gente, l’Italia lo aspettava da tempo. Ma subito dopo, quando alle parole sono seguiti i fatti, e quei fatti raccontavano che, insieme a “carote” (tipo  gli 80 euro), arrivavano anche bastonate tremende (come la cancellazione dell’art.18 dello Statuto dei Lavoratori), si è cominciato a capire che è l’invisibile inattendibilità tra il dire e il fare il vero punto di forza della bravura di Renzi, non la volontà di rottamare ciò che veramente dovrebbe essere rottamato.

Infatti è seguita nel tempo tutta una serie di interventi legislativi, in gran parte approvati dal Parlamento con decreti legge o con l’abuso del voto di fiducia che sono stati usati da Renzi per avviare un percorso semi-autoritario giustificato (a suo dire) dalla gravità della situazione politica ed economica.

E’ vero che la situazione era (ed è tuttora) grave, ma è vero anche che il suo percorso ha sempre privilegiato modifiche istituzionali (e persino costituzionali!) che andavano solo nella direzione di ampliare e cementare il potere del governo (e suo personale) piuttosto che nella direzione di risolvere i problemi della gente e delle piccole-medie imprese, lasciati soli ad affrontare casi che solo governo e Parlamento avevano il potere di affrontare.

Solo recentemente Renzi si è messo a sbraitare contro regole assurde imposte dalla Commissione Europea cinque o sei anni fa e sulle quali lui non ha mai avuto niente da dire nemmeno quando è stato lui per un semestre alla presidenza della Commissione stessa. Questo modo di governare, e di pilotare contemporaneamente il suo partito alle scelte legislative, esprime chiaramente la mancanza di un vero progetto politico-economico per la nazione che mette a nudo solo un progetto di accentramento del potere.

Ora, per caparbio volere di Renzi (che non sa distinguere il pragmatismo dall’arroganza del potere), il popolo è chiamato a votare e decidere su modifiche costituzionali che non sono al centro del proprio interesse e quindi in grandissima maggioranza non sono in grado di valutare nel loro significato più profondo e negli effetti che può generare.

Ma è normale che sia così. Il popolo non può essere, nella sua generalità, competente in temi di questa complessità. Perciò esiste la democrazia, un sistema di governo che consente al popolo (quando è vera democrazia) di scegliere le persone che andranno nel Parlamento, massimo organo legislativo di uno Stato libero, a rappresentarlo e prendere per suo conto ogni decisione necessaria in campo legislativo ed esecutivo. Ma il popolo è veramente sovrano solo quando i parlamentari sono regolarmente scelti ed eletti dal popolo stesso. Non è così quando, come fa Renzi, si propone di creare un Senato composto da sindaci e consiglieri regionali scelti dalla politica tra amministratori eletti localmente per fare altre cose e che comunque andranno al Senato ad obbedire (come già accade ora) a chi comanda nei partiti e non alle istanze locali sorte in sede regionale.

Tra l’altro dovrebbe essere noto a tutti che la presenza di due Camere (è così tuttora anche negli Usa) non è un “ping pong” legislativo  (come scioccamente viene definito da qualcuno), ma ha  un profondo senso democratico nel modo diverso come le due camere vengono elette. Una Camera viene eletta con un numero di seggi che rappresentano il popolo (gli Stati, o le regioni, più densamente popolate hanno più seggi), l’altra Camera, cioè il Senato, ha (o dovrebbe avere) un numero di rappresentanti (2 negli Usa) indipendente dal numero della popolazione. In questo modo si ottiene una legislazione (quando gli eletti rispettano gli interessi degli elettori), che non assegna il potere solo in base al numero degli elettori degli Stati (o regioni) più densamente popolati, ma secondo un principio di equilibrio e di garanzie democratiche ormai dimenticato o ignorato da tutti in Italia.

Quindi, benché il Referendum confermativo sia previsto dalla Costituzione stessa come ultima razio decisionale da parte del popolo, quello di delegare al popolo di decidere in questi casi su leggi che vanno a modificare la stessa Costituzione è di fatto un modo per dire che è tutto da rifare.

Il popolo non ha né la voglia né la competenza necessaria per entrare in temi di questa complessità e rischia di farsi abbindolare da forme di propaganda più o meno onesta. Questo è un compito che la Democrazia (quella con la D maiuscola) assegna di preciso alla politica, ai partiti e alle istituzioni con il potere di delega a rappresentanti eletti attraverso libere elezioni (tutti noi deleghiamo ad un avvocato le cause per un giudizio importante perché dovremmo decidere da soli su questioni costituzionali ancor più complesse?).

Il Referendum Costituzionale, cioè la decisione di avallare o meno la modifica di regole costituzionali, è già di per sé il segnale di essere arrivati ad un livello di inefficienza politica grave (per l’incapacità di trovare nuove regole condivise). La miglior cosa che il popolo può e deve fare è perciò rimarcarlo rinviando ad un Parlamento regolarmente e degnamente eletto questo compito. Ovvero bocciando con un secco e deciso No nel referendum a questo tentativo di far prevalere le regole della propaganda a quelle molto più serie e produttive già contenute nella prassi della vera democrazia.