“Bisogna cominciare ad entrare nei musei come si entra da Zara, dieci quindici minuti, anche solo per dare un’occhiata”. Provocazione concettuale o rivoluzione culturale? Il ragionamento non è stato formulato dal CEO di una grande azienda privata, ma da Roberto Grandi, Professore Ordinario di Comunicazione di Massa all’Ateneo di Bologna, dal ’96 al ’99 assessore alla cultura nella giunta ulivista di Walter Vitali, da pochi giorni neo presidente dell’Istituzione Bologna Musei. “Vorrei che il museo venisse fruito come si fruiscono i centri commerciali, in cui puoi andare per curiosare nell’infinità di cose che ci sono”, spiega Grandi al FQMagazine. “L’idea è proprio questa. Grazie ad una card con un prezzo fisso all’anno, qui a Bologna costa solo 20euro, può nascere una motivazione ad entrare nei musei delle nostre città come si va in un centro commerciale. Non per vedere tutto ciò che il museo offre, ma delle enormi collezioni permanenti si guardano tre quattro cose, poi si esce e si rientra un altro giorno, ne rivedi altre tre-quattro, giusto dieci-quindici minuti, perché il tal museo è lungo la strada che si fa quel giorno. Se poi i musei avessero delle caffetterie diventerebbero luoghi di socializzazione, pensati come spazi pubblici, edifici perfino trasparenti che ti invitano ad entrare senza che ci sia una mostra di rilievo. A me va bene anche che uno entri in un museo come d’inverno si entra nei luoghi chiusi perché sono più caldi, oppure ci passi coi figli per vedere di volta in volta qualcosa. Azione che non si compie perché dobbiamo sottostare ancora ad una maledetta soglia culturale”.

Cosa intende per “soglia culturale”?
“Quell’idea andata per la maggiore fino ad oggi che vuole il museo percepito come qualcosa di distante, che si può fruire soltanto se si ha competenza, preparazione, un certo livello scolastico. Questi spazi sono pubblici, come cittadini sono nostri. Che ci siano cose antiche, contemporanee o del mio territorio non c’è bisogno di chissà quali lauree o competenze per vederle. Questa è la sfida di oggi. Al museo bisogna entrare con leggerezza non con pesantezza”.

Può citare qualche esempio virtuoso vicino a noi?
“Nel Nord Europa il museo non è vissuto come distante. In Italia viene promossa l’iniziativa dei musei gratuiti per qualche giorno all’anno. Ci vanno tantissime persone, certo, ma è una fruizione spot dove si crea solo l’attesa della prossima entrata gratuita e soprattutto, come per le inaugurazioni gratuite sempre piene perché gratis, sei in mezzo alla massa e fatichi a godere quello che vedi. Io invece penso alla possibilità di un museo che va centellinato tutto l’anno, senza impegnare un giorno intero per la visita come chiaramente può fare un turista agli Uffizi, come fosse un bicchiere di un buon vino d’annata bevuto un po’ per volta. Poi tanto la soglia d’attenzione per un visitatore dopo 35-40 minuti crolla”.

Le celebri “maratone” del Louvre…
“La maratona puoi farla, ma implica fatica. I tempi “perfetti” sono sui 30-40 minuti, lo dicono le analisi fatte sulla percezione del visitatore. Una grossa percentuale di pubblico per immagazzinare le ultime opere in mostra spesso cancella le prime viste, creando una marmellata in cui c’è dentro tutto. Sui 45 minuti la maggioranza delle persone comincia a stancarsi, la tensione cala. Ciascuno di noi può verificare l’affaticamento dopo quella soglia. Per questo sostengo che non devi avere grandi progettualità e motivazioni enormi per entrare al museo. Ogni tanto vai, tieni sott’occhio quello che c’è. Poi è chiaro che i musei devono lavorare per attirare più persone, essere più accoglienti, friendly. Deve diventare qualcosa che si situa all’interno della propria quotidianità. Pensiamo a quando si ha una sosta per il pranzo che dura un’ora. Si può mangiare un panino e poi per un quarto d’ora entri in un museo, vedi un paio di cose, e torni al lavoro”.

Descritta in questi termini somiglia alla fruizione eterogenea e frammentaria che abbiamo sul web…
“Non sono d’accordo, perché quelle del web sono unità che ti vengono date già così, poi sei tu che un po’ alla volta usufruisci di una parte di quel tutto. E poi la differenza è anche nell’entrare in un luogo fisico quando attorno ci sono molta confusione e caos. A Bologna se uno entra nel nostro museo memoria di Ustica ti riempi di qualcosa che gli altri non ti danno. Ma anche in città in mezzo al traffico se vedi la porta aperta di una chiesa, entri, e anche non sei credente per un attimo respiri dentro ad uno spazio pubblico e lo vivi”.