Una telefonata dopo l’altra, tutte anonime. Quasi una a settimana. “C’è una bomba in banca” diceva con una voce maschile, contraffatta. E così il personale dell’istituto Unicredit del centro di Livorno lanciava l’allarme e chiamava le forze dell’ordine. Evacuazione del palazzo, traffico deviato, “bonifica degli ambienti” e ogni volta la solita scoperta: non c’era nessuna bomba. Una storia andata avanti per settimane finché la squadra mobile non si è messa a indagare. Ma come Fantozzi che alla cornetta veniva subito identificato dall’interlocutore (nonostante facesse “l’accento svedese”), la polizia ha impiegato solo qualche settimana per capire chi fosse l’autore dello scherzo. 

Gli investigatori hanno incrociato tabulati e orari e hanno trovato quello che fino a quel momento sembrava un mitomane. Altro che mitomane: il telefonista, una quarantina d’anni, livornese, ha spiegato infatti ai poliziotti che aveva fatto quelle telefonate anonime per evitare che la moglie scoprisse alcuni ammanchi sul conto corrente comune, “evidentemente poco giustificabili” sottolinea una nota stampa della questura. Quindi ogni volta che la donna andava in banca, l’uomo prendeva il telefono e faceva la solita pagliacciata. Il problema è che ora non solo la moglie alla fine avrà scoperto che sul conto c’è qualcosa che non torna, ma per quelle telefonate l’uomo sarà denunciato per procurato allarme e dovrà anche pagare le spese sostenute dalla banca e dalle forze dell’ordine per le operazioni di (inutile) messa in sicurezza.