Ci sarebbe soprattutto una figura da evocare nel corso di questa Giornata mondiale contro l’Aids: quella di Valentino, una vicenda di cronaca che ha segnato proprio questo 2016. Sulla quale però si è scritto molto ma non la cosa più essenziale. E cioè che l’Italia di Valentini è piena, perché gli uomini italiani, giovani e meno giovani, continuano ad essere pervicacemente avversi all’utilizzo del condom, concesso al massimo durante la fase finale del rapporto per evitare gravidanze non desiderate (ma si tratta di una minoranza: vince ancora il coito interrotto).

Certo, le donne sono complici nel mancato uso di questo strumento che ha un solo difetto: costare un’enormità, specie per chi di soldi ne ha pochi, come gli adolescenti (su questo fronte, nessun ministero della Salute di alcun governo ha fatto qualcosa). Ma va detto che per una donna non è facile imporre il preservativo se lui è riluttante – oltre che sicuro, chissà perché, che a lui non succederà mai nulla: manie di onnipotenza maschili – e soprattutto se lui non ce l’ha con sé. Perché onestamente è vero che a comprarli non dovrebbero essere le donne, ma gli uomini, è una questione di etichetta, proprio come nessun uomo si sognerebbe di comprare la pillola anticoncezionale per lei.

I Valentini d’Italia, dicevamo. Sono diffusi ovunque, sono quelli che, appunto, ti convincono che non c’è bisogno di protezione, che loro sono sicuramente in salute – ma non esibiscono certo test Hiv, che non fanno – e che il rapporto perderebbe in dolcezza e passione. Cosa del tutto falsa, perché le donne, pur sottomettendosi, sbagliando, a quella che è una forma vera e propria di violenza, quando sanno di non essere protette vivono il rapporto con un disagio di sottofondo, che aumenta la mattina dopo e poi nei giorni a seguire.

Ma le donne sono responsabili, insieme agli uomini, di un altro atteggiamento che, secondo i dati dell’Istituto superiore di Sanità, continua a caratterizzare il nostro paese: e cioè che il test Hiv si tende a non farlo, tranne nei casi in cui i sintomi siano conclamati, nel qual caso la guarigione si fa difficile. Lo ammetto: fare un test Hiv è profondamente angosciante, persino per chi ha poco da temere. Perché l’Aids, che si sfida nelle camere da letto pensando che tanto ormai è curabile e dunque il problema è minore, torna a far paura quando si tratta di andare alla Asl, o altrove, a vedere nero su bianco il responso.

Mi raccontava qualche tempo fa un operatore di una Asl dove avevo fatto il test che ci sono mucchi di test non ritirati: la gente ha paura, anzi terrore, e comprensibilmente. Purtroppo però, al tempo stesso, non si protegge abbastanza, adottando un atteggiamento schizofrenico che finisce in un circolo vizioso: non ci si protegge, non si va a fare il test per terrore, ci si continua a non proteggere e così via. Lo stesso operatore mi rivelò che un test su cento – stiamo parlando di Roma – risultava positivo, il che mi parve una percentuale enorme. Molti sono immigrati, mi spiegava, vengono da Paesi dove non esistono politiche di prevenzione, ma una buona fetta è fatta di italiani, e non solo omosessuali.

E allora purtroppo non c’è alternativa: se si ha paura di fare il test, bisogna proteggersi, e bene; se non ci si è protetti, che almeno si vada a fare il test, perché la malattia – che, ripeto, non è più qualcosa che riguarda gruppuscoli di trasgressivi magari gay – presa in tempo è più trattabile che tardivamente. Colpevolissime in questa situazione sono, ovviamente, le istituzioni. Ricordo negli ultimi anni solo una campagna, di cui testimonial era Mastandrea, sul retro dei bus, per il resto nulla, buio e cioè governi ancora incredibilmente reticenti, ancora incredibilmente proni alle pressioni vaticane. Nulla, infine, ed è la cosa più grave, si fa nelle scuole, dove qualche sporadico distributore di condom è stato persino contestato, e dove l’educazione sessuale non esiste, al contrario di qualsiasi Paese europeo, mentre abbondano le ore di religione cattolica, intoccabili, anche se ormai deserte.

Concludo con un pensiero all’Africa, che rimane il continente più colpito con 25.5 milioni di casi, contro i 2.4 del Nord America e dell’Europa, come spiega Amref Health Africa, che da anni svolge attività di sensibilizzazione e formazione su salute sessuale e riproduttiva rivolte ai gruppi più vulnerabili, soprattutto i giovani e le donne, le più esposte al rischio di contagio. Proprio come altrove, anche in Africa il problema principale resta l’inadeguata prevenzione e l’uso del condom, che protegge da tutte le malattie sessualmente trasmissibili.

Come in ogni attività di Amref, un ruolo di primo piano è ricoperto dagli operatori sanitari di comunità, talvolta guaritori tradizionali debitamente formati, che forniscono assistenza domiciliare, istruiscono la popolazione sull’importanza delle pratiche igienico-sanitarie, distribuiscono i preservativi e identificano i casi sospetti per indirizzare le persone alle strutture sanitarie competenti. Al continente che più soffre di questa malattia, di cui si ammalano anche i bambini, è rivolto dunque il nostro cuore. Ma a maggior ragione è grande l’incomprensione verso chi, in Italia, avrebbe tutti gli strumenti culturali, ed economici, per proteggersi eppure non lo fa. Mettendo a repentaglio sé e le persone intorno a sé.