L’Opec ha finalizzato a Vienna l’accordo per il taglio della produzione di greggio raggiunto a sorpresa a fine settembre. I Paesi esportatori hanno concordato una riduzione di circa 1,2 milioni di barili al giorno, a 32,5 milioni di barili. Lo ha annunciato, riporta Bloomberg, il ministro del petrolio iraniano Bijan Namdar Zangeneh, confermando le indiscrezioni circolate nel corso della giornata. La riduzione dei livelli produttivi dei Paesi del cartello partirà a gennaio e nei prossimi giorni si inizierà a lavorare per trovare un’intesa anche con i Paesi non-Opec.

Dai dettagli dell’accordo risulta evidente come l’Iran, dopo l’accordo sul nucleare e la fine dell’embargo, stia conquistando sempre più potere tra i maggiori produttori. I sauditi, infatti, hanno accettato che aumenti il proprio output da 2,89 a 3,8 milioni di barili al giorno: una vittoria per il Paese del Golfo, che dall’inizio dell’anno rivendica il diritto ad incrementare il proprio export per rilanciare l’economia affossata dalle sanzioni internazionali. Tutti gli altri membri dell’Opec, tranne Nigeria e Libia che sono stati esentati, si impegnano invece a produrre di meno: per esempio l’Arabia scenderà da 10,5 a 10 milioni di barili, l’Iraq da 4,56 a 4,35 milioni, gli Emirati arabi da 3 milioni a 2,87, il Venezuela da 2,92 a 1,9 milioni.

Già nel corso della giornata era trapelato ottimismo sulla possibilità di giungere a un’intesa. I rappresentanti di alcuni Stati, prima dell’inizio del vertice, avevano dato segnali possibilisti. Khalid Al-Falih, ministro dell’Energia dell’Arabia Saudita, aveva anche espresso la speranza che se il cartello avesse assicurato un taglio della produzione, si sarebbero uniti a loro anche i Paesi produttori che non appartengono all’Opec.

In scia alle prime dichiarazioni i prezzi del greggio a New York erano già saliti del 6% a oltre 48,3 dollari al barile e dopo la formalizzazione dell’accordo hanno accelerato raggiungendo 49,3 dollari al barile (+9%), mentre il Brent ha registrato un rialzo dell’8% a 50,2 dollari.