In principio fu Vatel. Poi arrivarono Bernard Loiseau, Benoit Violier e infine il giovanissimo Beniamino Nespor. Cuochi suicidi. Chef di alto rango che decidono di farla finita. Investimenti che si rivelano sbagliati, stellette Michelin o forchette del Gambero Rosso che scompaiono, creatività e genialità sempre in discussione. La miscela esplosiva tra aspettativa e fama, tra identità sociale e rapporto con il proprio sé, nell’epoca dei talent tv tra unti fornelli e cuochi stellati in dolcevita poi, si rivela sempre più fatale. L’ultimo in ordine di tempo è il giovanissimo Beniamino Nespor che dal 2010 a Milano, assieme al sodale Eugenio Roncoroni, aveva aperto il locale Al Mercato. Lo chef con un pedigree di tutto rispetto tra Stati Uniti e Asia si è tolto la vita, come riportato dal Gambero Rosso, nella notte tra il 23 e il 24 novembre scorso. “Ristorante gourmet da una parte, burger bar di alto profilo (i migliori panini della città, a detta di molti) dall’altra. Una ristorazione spettinata, scanzonata, divertente, totalmente in linea con le migliori esperienze internazionali”, hanno scritto sulla bibbia della gastronomia italiana riguardo Al Mercato di Nespor e Roncoroni.

Nemmeno un anno fa, il 31 gennaio 2016, il suicidio di Benoit Violier. Chef pluristellato, probabilmente il più importante cuoco del pianeta, si tolse la vita con un’arma da fuoco nella sua casa svizzera a 44 anni. Il suo ristorante dell’Hotel de Ville di Crissier, a Losanna, venne eletto da numerose guide e fu per molti anni il migliore al mondo. Violier rimase vittima di una grande truffa che riguardava la compravendita di prestigiose e costosissime bottiglie di vino francese. Prima di lui i suicidi eccellenti di Bernard Loiseau e Pierre Jaubert. Il primo si uccise con un fucile da caccia nel suo Côte d’Or a Saulieu in Borgogna il 24 febbraio 2003. Si disse che fosse affetto da disturbo bipolare, e che il gesto estremo avesse come motivazione la prossima (e mai avvenuta almeno fino ad oggi) cancellazione della terza stella sulla Michelin. Jaubert, invece, si tolse la vita nell’ottobre del 2003. Titolare della cucina dell’Hôtel de Bordeaux a Pons, nel Charente-Maritime francese, non aveva subito “traumi” da cattivi recensori e nemmeno era finito in truffe o affari impossibili.

In Italia, in tempi recenti si ricorda la scomparsa di Franco Colombani, chef della Locanda del Sole di Maleo (Lodi) che nel maggio del ’96 infilò la testa in un sacchetto di plastica morendo poi soffocato. Per lui si parlò del dolore per la moglie che lo aveva lasciato, di alcune banche che gli stavano appresso e della terza stella Michelin persa due anni prima, anche se nel biglietto d’addio Colombani si premurò soltanto di far vestire il suo cadavere con la sua divisa da chef. Sauro Brunicardi, titolare de La Mora, in provincia di Lucca, nel dicembre 2009, si fece scivolare nel fiume Serchio fino ad annegare. Qualcuno parlò di progetti economici andati male, ma mai si capì il motivo reale del tragico gesto, se non registrando “le scuse” di Brunicardi rivolte ai familiari per essersi ucciso nel biglietto d’addio.

Non serve comunque arrivare fino all’harakiri di Francois Vatel, il cuoco francosvizzero alla corte di Luigi XIV che si suicidò per il ritardo dell’arrivo del miglior pesce possibile sul mercato da preparare per il banchetto reale al Castello di Chantilly. Il “male di vivere” della professione ha colto anche chef meno rinomati in tempi recenti. Prendiamo Joseph Cerniglia e Rachel Brown, due ex “allievi” passati sotto le grinfie del cattivissimo chef Gordon Ramsay. Il primo si sentì dire proprio da Ramsey durante il reality americano Kitchen Nightmares nel 2011: “Caro Joseph Cerniglia, il tuo ristorante finirà dentro il fiume Hudson”. Nel 2013 a finire nell’Hudson, morendo, fu invece il povero Cerniglia, pare travolto dai debiti. La Brown, concorrente arrivata quinta nell’edizione 2006 di un altro programma di Ramsey, Hell’s Kitchen, si tolse la vita sparandosi alla tempia nella sua casa del Texas nel 2007. Mentre nel 2013 fu Joshua Marks a togliersi la vita sempre sparandosi, in un vicolo sotto casa a Chicago, pochi mesi dopo aver perso la finale di un altro programma di Ramsey, Masterchef. I parenti del giovane concorrente suicida dichiararono ai giornali che più volte il figlio nell’ultimo anno aveva dato segno di squilibrio psicologico sostenendo che il ragazzo ripetesse di continuo: “Ramsey e Masterchef mi hanno trasformato in un Dio”.

Che il mestiere di chef sia diventato uno dei dieci più stressanti al mondo, appena dopo chirurghi e poliziotti, l’ha dimostrato anche una ricerca condotta da Harvard e dalla Stanford University. Risultati che hanno spinto, pochi mesi fa a Londra, il presidente dell’Associazione cuochi professionali del Regno Unito, l’italiano Carmelo Carnevale, a lanciare una serie di corsi di formazione che permettano agli chef di controllare tensione e stress. “La nostra è una professione faticosa”, ha spiegato a IoDonna, Carnevale. “Siamo in trincea per 16 ore al giorno, dobbiamo comandare una brigata che a volte non è ben amalgamata, ma anche affrontare il pubblico ed eventualmente le sue rimostranze. La tensione è altissima e sono molti i colleghi che ricorrono all’alcol o alle pasticche per resistere allo stress”, ha continuato lo chef rievocando involontariamente il protagonista del film Burnt, Adam Jones (Bradley Cooper), chef pluripremiato caduto in depressione che si è messo a pulire compulsivamente ostriche in una bettola di New Orleans fino allo sfinimento come atto d’espiazione della colpa di un ristorante finito male. “Con i corsi vogliamo lavorare sulla crescita della consapevolezza di sé e sulla stima personale”, ha ricordato la psicologa Anna Maria Tino, anima del progetto anti-ansia degli chef. “Ci interessa riuscire a migliorare la capacità di relazione dei cuochi, che spesso sfogano in famiglia, con i coniugi e i figli, le loro ansie e paure. L’idea è quella di impegnarci sul benessere psicologico per far sì che una volta ai fornelli questi professionisti possano rendere al meglio in serenità”.