Trieste è una città meravigliosa, con una bella università e una percentuale di pazzi che non ha eguali al mondo. Nell’Italia di oggi, poi, è una specie di porto franco, una patria d’elezione per uomini liberi. Ma siccome la perfezione non è di questo mondo, ecco che anche Trieste ha un neo: un giornale piccolo piccolo, anzi piccino picciò, che interpreta a modo suo il vecchio detto anglosassone sul giornalismo come cane da guardia del potere.

Nel mondo libero, il giornalista fa il cane da guardia nel senso che abbaia contro il potere. Il foglio triestino, invece, pur fatto da fior di professionisti, in una regione amministrata dalla vicesegretaria del Pd si preoccupa soprattutto dei buoni rapporti con il potere. Oddio, qualche passaggio può essermi sfuggito, perché non lo seguo molto: leggo soprattutto la specialità della casa, i necrologi. Nella città più anziana d’Italia, infatti, siamo sempre avidi di sapere chi è morto, per rallegrarci del fatto che è morto prima lui.

In tempi di referendum, d’altra parte, il giornale piccolo piccolo si prende qualche libertà, e ospita addirittura le ragioni del No. Vero, poi si astiene dal menzionare le manifestazioni pubbliche dei cinquestelle e, in un anno, non ha mai menzionato il Comitato per la difesa della Costituzione, che mi onoro di presiedere. In compenso, però, dà spazio a tutte le bocciofile del Carso e concede largo spazio al dibattito referendario, dando spazio a costituzionalisti per il Sì e anche a politologi per il Sì, imparzialmente. Quando gli capita di ospitare rappresentanti del No – perché non ci crederete, ma succede pure questo – vuole sceglierli lui, beninteso per assicurarne l’autorevolezza. Ad esempio, non mi ha mai fatto intervenire sul referendum: e giustamente, perché mi occupo di costituzionalismo solo da quarant’anni. Preferisce chiedere interventi a Paolo Ferrero, segretario di Rifondazione comunista, ma soprattutto molto più adatto di me a terrorizzare i benpensanti.

Insomma, lo confesso: roso dall’invidia perché hanno preferito Ferrero a me, ho cercato di esprimere le mie opinioni sul giornale camuffandole da necrologio. Spendendo anche una cifra (309 euro, con carta di credito: ma si sa che noi professori universitari siamo ricchi sfondati), ho immesso nel sito a ciò dedicato un annuncio funebre così concepito: “A Trieste, in questi convulsi giorni
referendari, si è spenta l’indimenticabile amica Libera Informazione. Ne danno il triste annuncio agli ignari lettori del giornale gli orfani tutti. Una prece”.

Ora, non ci crederete ma, con tutto quello che ho speso, non me l’hanno pubblicato: hanno preferito restituirmi i soldi. È uno scandalo, però. Sul giornale piccino picciò non si riesce a scrivere quel che si pensa neppure pagando: ormai, controllano persino i necrologi.