“La miglior politica culturale è non averne nessuna” spiega Daniel Mantovani, premio Nobel per la Letteratura, protagonista de Il Cittadino illustre, film nelle sale italiane in questi giorni. Tornato controvoglia dopo anni nel suo paese natale per ricevere un’onorificenza istituzionale, sbotta dopo le parole del sindaco del paesino che dice “la cultura è vitale per lo sviluppo della società, e per lo stato è un obbligo promuoverla”. “Difendere la nostra cultura? – s’incazza Mantovani – si considera sempre la nostra cultura come qualcosa di fragile, debole, rachitico che va custodita, tutelata, promossa, sovvenzionata. La cultura invece è indistruttibile e capace di resistere alla peggiore ecatombe. C’era una tribù africana in cui non esisteva la parola libertà. Sapete perché? Perché erano liberi. Credo che la parola “cultura” sia pronunciata sempre dalla gente più ignorante, stupida e pericolosa”.

Anche chi non ha visto il film comprende l’assunto del nostro presente “culturale”. Istituzionalizzare l’inqualificabile è impossibile. Eppure viviamo nell’epoca in cui la cultura è misurata come spesa sul PIL (per la cronaca in Italia nel 2015 era dell’1,1%). Allo stesso tempo viviamo nel refrain del relativo biasimo scandalizzato quando la stessa cifra cala e, diciamo per dire, anzi per dire quel che si dice sempre, cioè “quando in Francia invece la cifra è più alta” (parbleu!). Altrettanto vero, però, è che senza avere il pedigree da ministri della cultura in pectore, intuiamo che Giuseppe Verdi quando componeva La Traviata o Il Rigoletto, o Cesare Pavese mentre scriveva Il compagno o Dialoghi con Leucò, non pensavano di certo al PIL. Complicato misurare le intenzioni, più semplice rileggere qualche pagina di storia. L’idea che la “cultura”, intesa secondo l’enciclopedia Treccani come “l’insieme delle cognizioni intellettuali che una persona ha acquisito attraverso lo studio e l’esperienza, rielaborandole peraltro con un personale e profondo ripensamento così da convertire le nozioni da semplice erudizione in elemento costitutivo della sua personalità morale, spiritualità e gusto estetico”, sia qualcosa di predefinito da ragionerie governative, o da politici illuminati, è questione recente. Recentissima. Da quando il progresso, inteso nell’accezione pasoliniana, si è mescolato irrimediabilmente in “sviluppo”, anche la “cultura” ha cominciato la sua oscillazione da indice Dow Jones. Diventata così generico indice di spesa pubblica, o belletto modello fondazione per banche ed S.p.A. private, se ne è perso l’afflato primigenio, il desiderio libertario originario, a favore di una stitica riducibilità dell’originalità. Tutto ha un prezzo, tutto ha un costo, tutto è ricavo, anche il verso di una canzone che dura dieci secondi venduto in centesimi di euro, di dollaro, di yen.

Eccolo allora lo spaesamento esistenziale dell’uomo di cultura e il non sense culturale nel XXI secolo. “Non guadagno, dunque non sono”. Un romanzo ha valore culturale solo se vende? Un brano musicale è cultura solo se viene trasmesso dieci volte al giorno in radio? E’ l’industria culturale bellezza! E tu non ci puoi fare niente! In un recente saggio edito da Bompiani – L’utilità dell’inutile – Nuccio Ordine ricordava che perfino Dante Alighieri nel Convivio condannava gli “pseudo-letterati” che “non acquistano le lettere per lo suo uso, ma in quanto per quella guadagnano denari e dignitate; sì come non si dee chiamare citarista chi tiene la cetera in casa per prestarla per prezzo, e non per usarla per sonare”.

Il tempo è denaro, ci insegnavano già a scuola tra gli anni settanta e ottanta, più che farci leggere i versi di De André, Dalla e Battisti. In quegli anni ancora non sviliti e caduti nel paniere pop della rivoluzione post ’89, il ritornello di Un Giudice o Futura, potevano ancora diventare miccia esplosiva della ribellione del pensiero. Giusto in tempo per svuotare il tonante, infinito ed irriducibile senso del gesto e della fatica culturale in sciapo glamour con la Divina Commedia declamata in tv da Benigni come evento del secolo. Se viviamo in un presente intellettualmente moribondo, insomma, non è colpa di certo di chi ascolta, legge, osserva. La pietanza “cultura” è offerta irrimediabilmente già precotta. Basta riscaldare. L’importante è venderla, dal pubblico o dal privato, in quantità. E non c’è pace nemmeno tra gli ulivi dei premi alternativi, dei festivalini indipendenti, nelle radio locali indie. Ogni atto culturale deve stare entro confini stabiliti, perfino i “controatti”. Quando a Manuel Agnelli cominciarono a dare del traditore perché era diventato giudice di X-Factor, lui descrisse in un’intervista il mondo indie così: “Quell’ambiente è cambiato radicalmente, è diventato conformista, di più: fascista. Ci sono le tavole della legge: devi comprare quella chitarra, usare quel suono, dire certe cose. L’alternative rock è stato svuotato dei suoi significati, è diventato moda, così come prima è successo al punk, alla new wave, al grunge. Ormai è solo una schiera di fighetti che vivono con i genitori e hanno scelto un costume, e se tu non lo indossi sei uno sfigato. E io ho 50 anni e non ne posso più”.  Partiti da quell’esempio della tribù africana citando Il Cittadino illustre, ecco servito il paradosso: dopo decenni di sovvenzioni alla cultura, dopo la sovraesposizione mediatica della cultura da ogni canale possibile, non ci siamo mai ritrovati così lontani dalla sua scevra e pura essenzialità. Tutti usano oramai il termine “cultura”, come se stessero parlando di un rossetto o di un detersivo. E a pensarci bene, quando quella parola finisce in bocca all’ennesimo assessore, come diceva Baldur von Schirach, e non Goebbels, vien davvero voglia “di mettere mano alla pistola”.