La stretta autoritaria del Presidente turco sul Paese si intensifica e questa volta nel mirino vi sono le università e la loro autonomia.

Il 12 luglio scorso si sono, infatti, tenute le elezioni accademiche in più di 20 università turche e secondo la legge turca finora in vigore finora il rettore veniva eletto direttamente dal personale accademico e dai suoi colleghi che stendevano una rosa di sei nomi, da sottoporre al Consiglio Superiore dell’Istruzione (YOK), tra i quali veniva scelto il rettore sulla base del numero dei voti ricevuti e su approvazione esclusivamente formale del Presidente della Repubblica. Si trattava di una procedura democratica che sanciva l’autonomia universitaria in modo molto simile a quanto accade nelle università italiane.

Nel caso dell’Ateneo Bogaziçi, ad esempio, il 12 luglio scorso, su 444 professori membri del personale accademico, 348 avevano votato per la conferma del rettore uscente. Tuttavia, la sua nomina a distanza di mesi non è ancora stata confermata dal Presidente Erdoğan: unico caso sulle 20 università dove si sono tenute le elezioni. Il motivo è semplice: a partire da questa estate, dopo il “golpe”, l’equilibrio tra mondo accademico e politico si è incrinato e il Presidente turco ha deciso di “riprendere il controllo” delle università.

Erdoğan ha deciso infatti di inaugurare l’anno accademico con una cerimonia ospitata dal palazzo presidenziale in cui di fronte a 2.000 rettori e vicerettori delle 180 università turche ha tenuto un discorso sul futuro dell’università, sostenendo che “l’attuale sistema, in cui i membri di facoltà eleggono il rettore, è diventato un problema”. E ha aggiunto che “queste elezioni apparentemente democratiche alimentano fazioni, alleanze e risentimenti all’interno delle università”, avendo un effetto distruttivo sul loro operato. La riforma pensata dal suo partito AKP, invece, comporterebbe un beneficio per tutti.

Ma di quale riforma si tratta?

La proposta del Partito per la Giustizia e lo Sviluppo (AKP), il partito al potere, presentata lo scorso 18 agosto (prima del colpo di Stato, dunque!) – è quella che sia il Consiglio superiore dell’Istruzione (YÖK) a proporre una rosa di tre nominativi al Presidente che poi nominerà direttamente il Rettore: i tre nominativi proposti possono essere scelti tra tutti i professori della Repubblica che abbiano insegnato per almeno 3 anni.

Membri dello YÖK hanno appoggiato la riforma dichiarando che “l’attuale processo di elezione dei rettori danneggia l’accademia. In più, le università sono istituzioni statali finanziate direttamente dallo Stato, quindi non si capisce perché lo Stato dovrebbe limitarsi a ratificare delle nomine scelte da altri senza poter intervenire”. La questione non sarebbe né ideologica né politica, ma solo di buon senso. “Le divisioni interne al corpo accademico danneggiano la scienza e la conoscenza” avrebbero dichiarato.

La legge proposta dall’AKP era stata presentata in Parlamento e poi ritirata per il rifiuto delle opposizioni. Poiché però l’entrata in vigore della legge di emergenza, a partire dal 15 luglio, oggi permette all’esecutivo di adottare leggi di interesse nazionale in maniera rapida senza passare più per il Parlamento; lo scorso 29 ottobre il governo ha passato due decreti legge (legge n. 675 e 676), emendando la legge attualmente in vigore sull’Istruzione Superiore (legge n. 2.574) e sancendo la fine dell’autonomia universitaria in Turchia.

Il 1 novembre, 350 accademici della Bogaziçi hanno partecipato ad un sit-in in solidarietà con la rettrice e contro l’assoggettamento delle università alla volontà politica, chiedendo l’annullamento del decreto nel nome della libertà accademica e scientifica di fronte a centinaia di studenti e personale dell’università che hanno applaudito. Non è chiaro, però, se lo sdegno che tale decisione ha provocato in Turchia e all’estero servirà per cambiare rotta e ritirare il decreto, ma quello che è certo è che il caso va ben oltre il campo ristretto di un istituto specifico o delle università in generale, ma rappresenta un altro pericoloso segnale dell’arretramento che valori democratici che si credevano consolidati stanno subendo in Turchia, di fronte al quale l’Europa non dovrebbe rimanere in silenzio.