Alla inconsolabile tristezza che lascia la notizia della sua scomparsa, si affianca la luce del suo cammino intellettuale e umano.

Chi era Claudio Pavone? Per molti è lo storico della Resistenza, lo storico che ha disseppellito la Resistenza dalle macerie della retorica, lo storico che, sulla nostra stagione fondante, ha introdotto la categoria interpretativa di guerra civile, non per sminuire i valori della guerra partigiana, ma per mettere in evidenza le contrapposizioni tra le due parti.

Un uomo schivo, ma non disimpegnato, un uomo che non amava le cariche e i riconoscimenti, un uomo lontano dai luoghi del potere, caratteristiche che l’hanno sempre reso libero, a dispetto delle mode e delle ortodossie di partito.

L’esercizio della sua libertà ha avuto nella mitezza la sua pratica. Si definiva “azionista postumo” perché nonostante fosse stato partigiano (era nato nel 1920), non aveva mai aderito a quel partito, ma si era ritrovato, da studioso, a condividerne le linee interpretative. Da qui lo splendido sodalizio con Norberto Bobbio e Vittorio Foa che ne hanno ricambiato la considerazione e l’amicizia.

Le sue interpretazioni sono state anticipatrici finendo per diventare consolidate interpretazioni. Nella sua raccolta di saggi Alle origini della Repubblica. Scritti su fascismo, antifascismo e continuità dello Stato (Bollati Boringhieri, 1995) si spiega come gli apparati dello Stato italiano abbiano faticato a defascistizzarsi, come la mancata epurazione nella magistratura, nelle forze di polizia, fra gli alti dirigenti dell’amministrazione, abbiano condizionato per decenni la vita della giovane repubblica italiana.

Nella sua opera più nota, Una guerra civile. Saggio sulla moralità nella Resistenza (Bollati Boringhieri, 1991) Pavone smonta ogni impalcatura celebrativa: la Resistenza non è un secondo Risorgimento, ma è un’implacabile contrapposizione perché le guerre civili, fra tutte, sono le più cruente non tanto per la forza delle armi, ma per l’invisibilità del nemico che è vicino, inaspettato, conosciuto, amico d’infanzia, compagno di scuola.

Come ogni storico di vaglia, Pavone si astiene dal formulare giudizi, riprende le parole dei protagonisti che molto spesso sono semplici combattenti più che capi militari e dirigenti politici. Una guerra civile, è una straordinaria e tragica opera di coralità, scritta con la fluidità di un romanzo dove nessuna parola è superflua. Ci sono uomini e donne e il rispetto dei loro destini, l’eroismo non è nell’impresa disperata, ma nel sacrificio della quotidianità. Da qui scaturisce la forza etica del movimento di Resistenza, il suo non guardare al passato, il suo rifiuto di ogni simbologia funerea, il suo disinteresse (il non combattere per il soldo), la sua radicata speranza di un futuro migliore, il vivere ogni situazione consci che si sta costruendo l’orizzonte del possibile. Ma questa è solo l’ultima parte di un tragitto che nasce accidentato, si misura con sfumature e aspetti fortuiti, nelle tentennanti paure di donne e uomini normali.

Claudio Pavone, nella sua innata curiosità, ha saputo dialogare con le discipline: il diritto, la letteratura, la sociologia sono rientrati nel suo aperto impianto metodologico. Ancora più importante era il suo sapere dialogare con le persone, con umiltà, senza snobismi.

Nel 1990 settantenne, alla vigilia della pensione, i suoi studenti di Pisa lo consideravano quasi un loro coetaneo: la sua autenticità stava nel sentirsi parte del loro destino.