I racconti in Italia non hanno molta fortuna, si preferisce, solitamente, il romanzo, e ho trovato coraggiosa la scelta di fondare una casa editrice, Racconti Edizioni, che della forma breve ha fatto il suo marchio di fabbrica. Il testo che ha dato il via a questa nuova impresa è un volume straordinario, bellissimo, crudo e politicamente scorretto, si tratta di Appunti da un bordello turco, dello scrittore irlandese giramondo e votato alla missione della short story, Philip Ó Ceallaigh (traduzione di Stefano Friani), una serie di avventure alle periferie del mondo marginale (molti racconti hanno come ambientazione la Romania e la Turchia), supportate da una sagacia e un humor grottesco che a tratti ricordano le cose migliori di Charles Bukowski e Raymond Carver.

I personaggi di Ó Ceallaigh si muovono in scenari reali e di profondo disagio sociale, dal pittore che vive in un blocco socialista e tutti i giorni dipinge i palazzoni ubicati dall’altra parte della strada, ai due vecchi gourmetche non hanno mai visto un porcellino d’India e si chiedono cosa farsene, dal fidanzato abbandonato intrappolato in un’eterna conversazione con un tassista chiacchierone in una Bucarest bollente, allo scrittore che cerca nella spazzatura il suo manoscritto gettato via da una prostituta dopo l’ennesima performance non pagata.

Il libro di Ó Ceallaigh, che io stesso ho utilizzato come canovaccio nei miei workshop di scrittura a Bucarest, è un monumento al realismo post post-comunista, all’arte del sopravvivere in ogni modo e con ogni mezzo, alla sessualità più ridanciana e precaria. Un testo importante di un autore bravissimo.

Anche Marsilio Editori da poco ha pubblicato un bellissimo volume di racconti, si tratta di La fortuna ti sorride, dello scrittore vincitore del Premio Pulitzer Adam Johnson (traduzione di Fabio Zucchella), di cui mi ero già occupato all’uscita del suo romanzo perfetto, Il Signore degli Orfani.

Malinconico, triste, ironico, fatalista, mai scontato, La fortuna ti sorride è la dimostrazione che si può fare narrativa di altissimo livello utilizzando, come nel caso di Philip Ó Ceallaigh, personaggi marginali per le sorti del pianeta. Vengono lasciati da parte gli eroi belli, buoni, vincenti, per dare spazio a uomini comuni, a borderline di ogni estrazione sociale, alle prese con esistenze drammatiche e umanissime.

E così ci troviamo davanti al programmatore informatico in un mondo non troppo distopico alle prese con una moglie paralizzata e l’avatar del presidente statunitense da poco assassinato; con Nonc, un goffo padre, corriere Ups, che in compagnia di un bimbo piccolo, Geronimo, e di un’amante con la quale trova intimità solo alle riunioni degli alcolisti anonimi, cerca la madre naturale del piccolo in una Louisiana devastata dall’uragano Katrina e dall’uragano Rita; con l’ex direttore di una prigione della Germania Est, “amico di George Orwell”, incapace di rassegnarsi agli eventi inevitabili della Storia, ancorato al suo passato di spione della Stasi e di ferreo appartenente al partito; con l’obbligatoriamente demenziale fuoriuscito dalla Corea del Nord che come un bambino non riesce a districarsi in un mondo adulto fin troppo fittizio, fatto di libertà non vigilata (o troppo vigilata) e di pubblicità. Adam Johnson è un autore immenso, uno dei migliori autori nel panorama della nuova letteratura statunitense, capace di scrivere storie nelle quali nessuna parola è lasciata al caso,di creare un ritmo perfetto e di lasciare un profondo senso di arricchimento ai lettori.

Editrice Il Sirente ha pubblicato Il ragazzo di Aleppo che ha dipinto la guerra, di Sumia Sukkar (traduzione di Barbara Benini). Non si tratta di una serie di racconti ma di un romanzo che della forma breve ha lo stile essenziale.

È un libro diretto, senza fronzoli, che racconta in modo originale il dramma siriano attraverso lo sguardo di un giovane affetto dalla sindrome di Asperger. Adam e la sua famiglia vivono le profonde sofferenze di un intero popolo, sofferenze descritte in modo empatico sotto forma di reportage letterario (una sorta di candido new journalism), da chi la guerra non la capisce e attraverso la propria creatività e la propria innocenza tenta inconsapevolmente di dare speranza a chi lo circonda. Scritto quando l’autrice aveva solo ventuno anni, Il ragazzo di Aleppo che ha dipinto la guerra, è un romanzo dal linguaggio semplice e leggero, capace di narrare profonde ingiustizie e dinamiche familiari e sociali devastate da un conflitto che sembra non avere fine. Un testo utile, a mio avviso, per i lettori più giovani, spesso disinteressati a forme di saggistica pomposa e arzigogolata.

Anche Koi Press (uno dei maggiori editori indipendenti che si muove sul fronte internazionale dell’editoria digitale) ha scelto, con UB Underground, di Leonard J. Monk (traduzione di Massimo Labardi), di dare voce al romanzo breve che dal racconto prende l’essenzialità.

Rispetto al più noto Yeruldelgerr. Morte nella steppa, di Ian Manook (traduzione di Maurizio Ferrara, Fazi Editore), che come il libro di Monk fa di Ulan Bator, capitale della Mongolia, la cornice dove ambientare la storia, il testo dell’autore statunitense è più sentito, duro, coinvolgente. Anche qui abbiamo neonazisti mongoli, diseredati che vivono nelle fogne, smog atavico, palazzi cadenti dell’epoca socialista, tradizioni calpestate dal progresso, ma quello che fa la differenza è l’empatia con cui Monk si rapporta alla città e ai suoi abitanti.

Non si tratta di un libro costruito per vendere milioni di copie, ma per denunciare una condizione estremamente drammatica, quella della Mongolia contemporanea, attraverso le vicende di Nergui, un giovane tossicodipendente pieno di debiti con Gestapo, l’usuraio del quartiere, mutilato e costretto a vivere nel sottosuolo. Il libro include trentaquattro scatti di Mikel Aristregi, tratti da -40/96 Ulaanbaatar, il reportage che ha ispirato, in parte, il romanzo.