L’aspetto meno convincente della riforma costituzionale che sta spaccando in due l’Italia è l’indebolimento dei contrappesi nella governance del Paese. Dal momento che proprio questi contrappesi sono il sale della democrazia rappresentativa, sterilizzarli allontana sempre più la gente dalla partecipazione al governo di una comunità. Con un sottile gioco di incastri e disincastri, il controllore sarà subalterno rispetto a quanti dovrebbe controllare, secondo uno schema istituzionale non dissimile a quello che la riforma universitaria dell’era Gelmini ha calato sull’accademia italiana senza incontrare troppa resistenza. E, almeno in apparenza, lo spirito da caserma incontra da allora larghi consensi, giacché i governi successivi, ancorché di segno politico opposto, non hanno modificato la moderna governance gelminiana, anzi ne hanno rafforzato l’impatto.

La libertà lasciata alle sedi universitarie per adeguare il proprio statuto alla buona novella era modesta. C’è stato chi ha accolto in modo trionfale il nuovo credo; e chi ha cercato, con poco successo, di parare il colpo. Ma, in sostanza, centralizzare le decisioni è ormai un paradigma soprannaturale, un postulato indiscutibile. E i meccanismi elettorali sono diventati il nodo strategico a garanzia della governance stessa. La progressiva scomparsa della democrazia accademica non è questione soltanto italiana, poiché, da almeno 20 anni, questa tendenza sta rivoluzionando ovunque le istituzioni di alta formazione e ricerca, pubbliche o private che siano. E la progressiva perdita della libertà accademica, da secoli valore fondante dell’università, è l’effetto più evidente.

Poiché, come dimostra David van Reybrouck, votare non è più democratico. Qualcuno ha cominciato a risalire alle radici della democrazia senza paraocchi, facendosi alcune domande e trovando qualche risposta ragionevole, anche se poco conformista.

Chi avesse imposto agli ateniesi l’elezione dei propri organismi rappresentativi sarebbe stato bollato come oligarca. Lo stesso avrebbe pensato un veneziano, abituato a nominare il proprio doge estraendo la ballotta. E, se l’Atene di Pericle è la culla della nostra civiltà, la Repubblica di Venezia fu per secoli uno stato stabile e florido. Secondo Montesquieu, la democrazia rappresentativa può essere soltanto aleatoria, ossia basata sulla rotazione e il sorteggio dei rappresentanti; mentre un sistema basato sulle elezioni non può che ridursi a una aristocrazia. Organi istituzionali con pesi e contrappesi, durata limitata dell’impegno personale, rotazione continua e sfalsata degli incarichi sono gli ingredienti per un buon funzionamento del sistema. E si realizza così una governance che garantisce una democrazia deliberativa e favorisce condivisione e collaborazione piuttosto che alimentare la competizione fine a se stessa.

Naturalmente la democrazia aleatoria ha molti difetti, crescenti in ragione della scala di applicazione. Qualcuno potrebbe dubitare che una Camera o un Senato di sorteggiati sarebbero preferibili agli attuali. Ma ci sono ambiti dove la democrazia aleatoria è appropriata e più facilmente adottabile; e, tra questi, c’è l’università. Eppure gli accademici non lo hanno mai proposto, forse perché, secondo loro, comandare è meglio che esercitare un’altra piacevole funzione. Ma così stanno rinunciando a spicchi di libertà sempre più grossi, alimentando quel conformismo che non ha mai favorito il progresso scientifico né l’innovazione tecnologica.

La democrazia aleatoria è un’utopia da notte di luna piena? Nel 2013 l’Irlanda ha affidato la riforma di otto articoli della Costituzione a una ‘convenzione’ di 100 persone con un mandato vincolante, dopo convalida del Parlamento ed eventuale referendum: 33 elette, 66 sorteggiate tra i cittadini e una soltanto, il presidente, nominata dal Parlamento. Insomma, uno stile un po’ diverso dal nostro. E l’Irlanda non è un immaginario Paese da operetta, ma la nazione europea prediletta da ‘corporate’ e multinazionali.