Laddove vi è un conflitto irrisolto esplode la violenza. Dobbiamo ringraziare le tre Mariposas dominicane, le sorelle Mirabal, se il 25 novembre di ogni anno celebriamo la Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne. Non tutti conoscono la storia di Patria, Minerva e Maria Teresa che il 25 novembre 1960 furono torturate e uccise in una piantagione di canna da zucchero, intercettate in auto mentre si recavano a far visita ai mariti nel carcere della città di Puerto Plata. La loro feroce lotta politica contro gli abusi della dittatura di Trujillo, in quella che nel nostro immaginario collettivo definiremmo la ridente e paciosa isola di Santo Domingo, finì con il più tragico degli epiloghi. Quelle morti non furono vane né ai fini della sopravvivenza del regime né per la lotta contro la violenza sulle donne in tutto il mondo.

Parlare di numeri non serve, anche fosse soltanto una sarebbero sempre troppe le donne che subiscono violenze in casa o a lavoro, di natura fisica e psicologica, da parte dei loro partner o di estranei che arrivano a minacciarne le vite. In molti casi questi uomini riescono, spesso indisturbati, a colpire nel segno. La società acconsente perlopiù tacendo, salvo poi scandalizzarsi quando accadono i misfatti. La verità è che chiudiamo gli occhi per non affrontare il problema che trova il suo culmine nella violenza, ma sottende ben altro.

Evitando inutili revanscismi non possiamo non parlare, analizzando il fenomeno, della guerra tra i sessi e della sempre più complessa ridefinizione nei rapporti tra uomini e donne che ne deriva. La non accettazione di questi mutamenti, lo smarrimento che molti uomini provano di fronte al cambiamento del proprio ruolo, intrisi da un retaggio culturale di tipo patriarcale, particolarmente forte in Italia soprattutto al sud, mette in crisi molti di loro che per contrappasso diventano violenti e alienati. In molti casi tutto ciò porta a condizioni che definiremmo “deliri minori”, in altri l’intensità della patologia arriva ai raptus di follia di cui leggiamo sulle prime pagine.

Non stupiscono allora storie come quella di Fabiana Luzzi e Davide Morrone, condannato a 18 anni per aver accoltellato e poi bruciato la ragazza ancora viva causandone il decesso. Oppure quella più recente di Carla Ilenia Caiazzo, scampata per poco a una morte orribile per mano del compagno Paolo Pietropaolo, che ha tentato di bruciarla viva dopo averle buttato addosso del liquido infiammabile mentre era incinta. Quante volte abbiamo sentito le parole malate: “L’ho fatto perché l’amavo”?. Oppure quelle maledette parole di condanna senza pentimento: “L’ho fatto perché se l’è meritato”?.

Potremmo andare avanti a lungo citando i fatti di cronaca che vedono protagoniste donne uccise, umiliate o sfregiate dalla violenza in questo Paese. La lunga cronistoria delle infamie subite dalle donne non si fermerà fino a quando non ci sarà un vero e proprio cambio di paradigma culturale. Sono le donne le prime a doversi difendere da questa cultura, ascoltando i campanelli di allarme e respingendo senza se e senza ma, il modello femminile che questa cultura gli consegna. Un modello di subalternità al quale, spiace dirlo, contribuisce anche la politica che spesso presenta nei ranghi più alti donne con ruoli da assegnazione, prive della possibilità di rivendicare una forza propria o indipendente.

La politica ha anche la colpa di non attuare politiche strutturali volte a risolvere il problema ma solo e sempre contingenti, spesso tardive. Politiche che accompagnino le donne in un percorso di presa di coscienza e di riabilitazione dopo le violenze subite e gli uomini in percorsi di formazione e informazione su come affrontare le relazioni ed emanciparsi da un retaggio culturale che evidentemente ormai non risponde più ai tempi che corrono.

Quello su cui fanno leva molti di questi uomini è una forma perversa di riconoscimento come ricompensa per la progressiva rinuncia della propria individualità. Questo il sogno proibito dell’uomo frustrato a causa della propria inadeguatezza, più fragile di quanto ammetta a se stesso. Una morale che porta allo sdoppiamento della personalità sia dell’uomo che della donna. Ipocrisia, sistematica alterazione della verità, tradimenti seriali, logiche castranti: questi i morbi che lentamente uccidono le relazioni minate del conflitto irrisolto tra i sessi. Conflitto che ha il proprio costo in termini di vite umane come ogni altro conflitto.