Anche l’ultimo grande del Novecento ci ha lasciati. Sentiremo la sua mancanza, in un mondo che sembra andare allo sbaraglio, sotto la “guida” dei “mercati” e del potere finanziario che provocano ogni giorno nuovi disastri in tutte le sfere, da quella ambientale, a quella sociale a quella della democrazia. La vita di Fidel è esemplare soprattutto perché ha dimostrato  come sia possibile per l’essere umano tornare protagonista e modificare l’andamento della storia, vincendo scommesse che sembravano impossibili.

Dopo aver condotto il tentativo di ribellione culminato nell’assalto alla caserma Moncada di Santiago di Cuba, incarcerato e processato dal regime di Batista, pronunciò il suo discorso più famoso autodifendendosi come avvocato di se stesso di fronte al tribunale che lo processava. Sarà la storia, disse, a giudicarmi. Invocando in tal modo l’illegittimità di un governo asservito agli Stati Uniti che, dalla guerra ispano-americana e l’emendamento Platt in poi, aveva fatto di Cuba una sua colonia, dove facevano il bello e il cattivo tempo le famiglie mafiose proprietarie dei bordelli e delle case da gioco. Ma non si accontentò di condanne verbali e con pochi compagni, fra i quali Ernesto “Che” Guevara, Camillo Cienfuegos e il nostro concittadino Gino Doné, sbarcò tre anni dopo sulla costa cubana, dando inizio alla guerriglia contro il regime, fino alla vittoria finale all’inizio del 1959.

Fidel è stato il leader indiscusso di una classe dirigente rivoluzionaria che, nonostante l’isolamento dovuto alla soffocante vicinanza del potente Stato imperiale, che non si rassegnò mai alla perdita di una sua colonia, isolamento aggravato dal collasso dell’Urss alla fine degli anni Ottanta, ha permesso il conseguimento a Cuba di un livello di vita e di civiltà che non ha eguali in tutto il Terzo Mondo, come riconosciuto dalle principali organizzazioni internazionali.

Dalla sua piccola isola, Fidel ha saputo rappresentare anche il punto di riferimento internazionale per numerose battaglie, fra le quali voglio qui ricordare quella contro il debito estero, un flagello che affligge oggi non solo i Paesi cosiddetti in via di sviluppo (in realtà vittima dello sfruttamento neocoloniale) ma tutti gli Stati.

Al tempo stesso, come ricorda oggi molto opportunatamente l’Antidiplomatico, è stato il critico infaticabile della cosiddetta democrazia liberale e in particolare del sistema statunitense basato sulla prevalenza del fattore denaro nelle competizioni elettorali e sul costante allontanamento delle masse dalla partecipazione politica anche meramente elettorale.

Ricordo il suo discorso al Congresso dei giuristi democratici al Palacio de Convenciones dell’Avana nell’ottobre del 2000, cui ebbi la fortuna di assistere personalmente, nel corso del quale, in tre ore di ragionamenti avvincenti, insistette molto su questo tasto, anche in risposta alle solite veline della stampa e dei conformisti che accusano Cuba di non essere democratica solo perché ha respinto al mittente i modelli preconfezionati made in Usa e ha saputo percorrere un proprio originale cammino.

Critiche oggi più che mai di attualità dopo che il sistema statunitense ha partorito una mostruosità razzista al suo vertice, segno del declino irreversibile del Paese che, nel bene e nel male, ha retto i destini dell’umanità a partire dalla fine della Seconda guerra mondiale.

Cuba ha saputo, proprio negli ultimi anni, guadagnarsi il rispetto e il riconoscimento anche degli Stati Uniti e non credo che nemmeno Trump potrà tornare indietro su questa strada oramai inesorabilmente tracciata e che solo qualche imbecille può scambiare per una resa al capitalismo. Anche imprenditori statunitensi potranno investire a Cuba, ma ovviamente alle condizioni stringenti stabilite dalle leggi cubane.

Lo scambio e la cooperazione sono nell’interesse di chi è in grado di proporre il modello migliore dal punto di vista del soddisfacimento delle esigenze del popolo e da questo punto di vista Cuba è ovviamente molto più avanti rispetto al sistema capitalistico che produce sempre maggiore miseria, emarginazione e alienazione sociale, di cui il risorgente razzismo in Occidente costituisce una delle manifestazioni più preoccupanti. Se poi qualche arnese reazionario messo da Trump in posti chiave volesse ambire a dissotterare il big stick, troverà la risposta che merita da parte di un popolo che ha sempre messo la propria dignità sopra ogni altra cosa.

Forse le maniere forti di cui Fidel ha dato prova ogni qualvolta fosse necessario, come alla Baia dei Porci, difendere la rivoluzione, faranno storcere la bocca anche a qualche sedicente democratico sempre pronto ad aggiogarsi al carro dell’imperialismo anche qualora quest’ultimo, come sta avvenendo negli ultimi anni, sbanda paurosamente minacciando di provocare nuovi disastri in varie regioni del mondo.

Il ministro degli Esteri Gentiloni, ha parlato di “chiusura di una pagina drammatica del Novecento”, quasi che si trattasse di una parentesi poco edificante. Commento davvero poco onorevole e davvero privo di spessore, di fronte alla tristezza di Papa Francisco e all’elogio dei leader mondiali i quali, come Xi Jin Ping, affermano che Fidel vivrà per sempre. Ci hai insegnato, Fidel, che la libertà si ottiene solo con la lotta e non ti sei limitato a predicarlo ma hai condotto la tua intera esistenza ispirandoti a questo principio irrinunciabile. Grazie anche e soprattutto per questo. Hasta siempre Comandante.